Quando la danza abbatte le barriere: Claudia Crivellari racconta la DanceAbility

Dalla carriera di ballerina professionista alla scoperta di un metodo che trasforma il movimento in inclusione, ascolto e relazione

Per la rubrica “Invisibili o Supereroi?” arrivata alla dodicesima puntata ho avuto l’occasione d’intervistare Claudia Crivellari, una giovane danzatrice che ha saputo fare della DanceAbility un suo lavoro. Crivellari, infatti, è Master Teacher DanceAbility.

C’è stato un momento preciso in cui ha scoperto la DanceAbility e ha deciso di dedicarle il suo lavoro?

Ho scoperto la DanceAbility quasi per caso, nell’aprile del 2015. In quel periodo vivevo a Roma e lavoravo ancora come ballerina professionista di danza classica e contemporanea. Qualche anno prima, però, un infortunio mi aveva costretta a interrompere la mia carriera per diverso tempo. È stato un momento molto difficile: smettere di ballare, anche solo temporaneamente, ha significato mettere in discussione una parte fondamentale della mia identità.

Proprio conoscendo questa mia storia, una cara amica, venuta a sapere dell’esistenza di un corso di formazione per insegnanti di DanceAbility, mi inviò il modulo di iscrizione. Il corso si sarebbe svolto proprio a Roma e avrebbe avuto la durata di un mese. Fino a quel momento non avevo mai sentito parlare di questo metodo, ma qualcosa in quella proposta ha subito acceso la mia curiosità.

Accanto alla passione per la danza, ho sempre coltivato un forte interesse per la dimensione sociale e relazionale della persona. Con una parte dei guadagni di una stagione lavorativa decisi quindi di investire in quel corso di formazione. Una scelta strategica, certo, ma anche profondamente intuitiva. È stato proprio durante quel mese di formazione che ho capito, senza più dubbi, che quello sarebbe stato il mio lavoro.

Man mano che proseguivo il percorso formativo con Alito Alessi, creatore del metodo DanceAbility, sentivo crescere dentro di me una convinzione sempre più forte. La DanceAbility mi ha permesso di guardare la danza – e il mondo – da una prospettiva completamente diversa.

Come dice Alito Alessi, “il problema non è la disabilità, ma l’esclusione”. In quella frase ho riconosciuto qualcosa che avevo vissuto sulla mia pelle, anche senza una disabilità riconosciuta. La DanceAbility non mi ha solo restituito un senso più profondo del movimento, ma mi ha dato un nuovo linguaggio per parlare di inclusione, di ascolto e di possibilità. Da quel momento ho capito che non si trattava semplicemente di un lavoro alternativo: era, ed è tuttora, una scelta di vita.

Come descriverebbe la DanceAbility a chi non ne ha mai sentito parlare?

La DanceAbility è un metodo di improvvisazione e composizione di danza che permette a chiunque di fare scelte autentiche, nel rispetto di sé e degli altri. È uno spazio in cui ogni persona, indipendentemente dalle proprie abilità fisiche, sensoriali o cognitive, può sentirsi realmente inclusa.

Non si tratta di adattarsi a un modello prestabilito, ma di valorizzare le differenze come risorse creative. La DanceAbility crea le condizioni perché ciascuno possa ascoltarsi, relazionarsi e partecipare attivamente, costruendo insieme un’esperienza di danza basata sull’ascolto, sulla fiducia e sulla libertà di espressione.

Si parla molto di inclusione: in che modo la DanceAbility mette in discussione il concetto tradizionale di “abilità” nella danza?

Come dice Alito Alessi, creatore del metodo, “non si tratta di mancanza di abilità, ma di apertura alla possibilità”. La DanceAbility parte proprio da questo presupposto: mette in discussione l’idea tradizionale di abilità nella danza, spesso legata a canoni estetici e fisici molto rigidi, e propone invece una visione più ampia e profonda del movimento.

Nella DanceAbility si riconosce che ogni persona può muoversi ed esprimersi attraverso il proprio corpo, qualunque esso sia. Anche un gesto minimo — persino il solo movimento degli occhi — può diventare danza, perché è carico di intenzione, di sensazione, di emozione. Non esiste un movimento “giusto” o “sbagliato”: esiste un movimento autentico.

Le persone che praticano DanceAbility si incontrano nel momento presente. A partire dal proprio movimento, entrano in relazione, dialogano fisicamente, costruiscono una danza che nasce dall’ascolto reciproco. In questo modo l’abilità non è più qualcosa da dimostrare, ma uno spazio da abitare insieme, dove la diversità diventa una risorsa e non un limite.

Che ruolo può avere la DanceAbility nella società di oggi?

Credo che la DanceAbility possa avere un ruolo fondamentale nel contribuire alla costruzione di una società basata sull’ascolto, sul rispetto e sulla presenza.

All’interno delle classi di DanceAbility si impara l’importanza del consenso, dell’ascolto e dello sguardo sull’altro. L’altra persona non è qualcuno da giudicare o da confrontare con un modello ideale, ma qualcuno da incontrare, da cui si può imparare. La relazione diventa il centro dell’esperienza, tanto quanto il movimento.

La DanceAbility non nasce come pratica terapeutica: ha uno scopo ludico e artistico. Tuttavia, nella sua struttura profonda, crea le condizioni affinché ogni persona possa sentirsi accolta, vista e riconosciuta nel proprio valore. Ogni individuo porta con sé un’esperienza unica, che merita spazio e rispetto.

Un aspetto molto importante del metodo riguarda i confini. Le uniche persone che vengono allontanate da una classe di DanceAbility sono coloro che possono avere comportamenti impulsivi, che non riescono a regolare la loro aggressività.  Questo significa che all’interno di una classe possono esserci anche comportamenti difficili o inconsapevolmente violenti, ma con quelle persone si può lavorare: si possono trovare strategie, costruire consapevolezza e trasformare il conflitto in occasione di inclusione. È una pratica che non semplifica la complessità dell’essere umano, ma la attraversa con responsabilità.

In questo senso, la DanceAbility non è solo danza: è un microcosmo sociale, un laboratorio in cui sperimentare relazioni più giuste, sostenibili e umane.

Nella DanceAbility il corpo diventa un vero e proprio linguaggio: cosa si comunica quando si tolgono di mezzo le parole?

Quando si tolgono le parole, il corpo comunica in modo più diretto e autentico. Parliamo sempre con il corpo, ma spesso la voce lo contraddice. Senza parole resta l’essenziale: la presenza, l’ascolto e una relazione più vera.

Qual è il valore della spontaneità nella DanceAbility e cosa emerge quando si abbandonano i movimenti codificati?

La DanceAbility insegna a risvegliare la propria intuizione e ad abitare pienamente il momento presente, il “qui e ora”. In questo processo, il movimento codificato perde gradualmente centralità, lasciando spazio a forme di espressione più autentiche e spontanee. Emergono così movimenti che nascono dall’ascolto di sé, dalla relazione con lo spazio e dall’incontro con le persone presenti. È proprio in questa dimensione di apertura e di ascolto che il corpo scopre nuove possibilità comunicative ed espressive.

Cosa succede, a livello umano, quando corpi, possibilità e storie diverse entrano in relazione?

Succede qualcosa che considero davvero straordinario: le persone mettono da parte le proprie difese e smettono di vedere l’altro come qualcuno da cui guardarsi, da tenere a distanza o da considerare diverso. Attraverso il movimento e la relazione si crea un clima di fiducia e ascolto reciproco.

Anche il rapporto con se stessi cambia profondamente. Ci si sente liberi di muoversi ed esprimersi in uno spazio in cui non ci si sente giudicati, accolti per ciò che si è. Da questa esperienza nasce un profondo senso di benessere e una maggiore consapevolezza di sé.

Allo stesso tempo cresce il rispetto reciproco: le differenze non diventano un ostacolo, ma una risorsa che arricchisce l’incontro e la relazione tra le persone.

Qual è stata la sfida più grande che ha affrontato in questo percorso?

La sfida che affronto ancora oggi è combattere il pregiudizio. Molti pensano che la DanceAbility sia una danza destinata esclusivamente alle persone con disabilità, quando invece è una pratica inclusiva rivolta a tutti. C’è chi la considera, erroneamente, una “danza di serie B”, senza aver mai sperimentato ciò che accade realmente in un laboratorio. Il mio obiettivo è far capire che la DanceAbility non riduce le possibilità della danza: le amplia, creando uno spazio in cui ogni persona può esprimersi, comunicare e sentirsi parte di una relazione autentica.

Cosa le ha insegnato, a livello umano, la DanceAbility?

La DanceAbility mi ha insegnato a vedere soluzioni e opportunità là dove spesso vediamo soltanto problemi. Mi ha insegnato ad ascoltare il mio corpo e a viverlo con maggiore accettazione e rispetto, comprendendo che non esiste un corpo “giusto” o “sbagliato” per danzare.

Mi ha fatto capire che ogni persona può insegnarmi qualcosa e che, allo stesso tempo, io posso offrire qualcosa agli altri. Soprattutto, mi ha insegnato che siamo tutti esseri umani: non esistono persone migliori o peggiori, ma individui con storie, esperienze e unicità diverse.

La cosa più bella è che, dopo undici anni di DanceAbility, continuo a imparare qualcosa di nuovo a ogni lezione. Ed è proprio questa continua scoperta che rende il mio percorso ancora così vivo e stimolante.

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