Approfondimenti
08/03/2019

Studiare i pregiudizi per raggiungere l’uguaglianza di genere

By: Maddalena Marini

La ricerca come strumento per lo sviluppo di una società più democratica

È durante la Prima Guerra Mondiale, quando gli uomini vennero chiamati alle armi,  che le donne si affacciano al mondo del Lavoro percependo i primi stipendi, lavorando fuori casa, per sostentare economicamente la famiglia.

Nonostante siano trascorsi più di cent’anni da questo evento, le donne continuano a rivestire un ruolo minoritario in confronto ai loro colleghi maschi.

Il resoconto del 2018 redatto dalla Commissione Europea mostra che la percentuale di donne in ambito lavorativo è nettamente inferiore rispetto a quella degli uomini. Ad esempio, in Italia le donne con un lavoro a tempo pieno sono circa il 44% rispetto al 70% rappresentato dagli uomini, collocando il nostro paese al terzo posto in Europa fra le nazioni con maggiore divario di genere in questo ambito.

Inoltre, lo stesso resoconto evidenzia come le donne in Europa ricevano meno promozioni e percepiscano un salario inferiore (circa il 16% in meno all’ora) rispetto agli uomini, nonostante le donne lavorino in media 6 ore in più alla settimana.

Questa disparità sembra essere particolarmente marcata per le madri. In media, il tasso di impiego delle donne con un figlio di età inferiore ai 6 anni risulta essere di 9 punti percentuali in meno rispetto al tasso di impiego delle donne senza figli.

L’ambito scientifico rappresenta uno dei settori lavorativi dove le donne sono maggiormente sottorappresentate, soprattutto se si considerano quante fra queste rivestono posizioni di responsabilità e prestigio. Secondo la Commissione Europea, solo il 15% delle donne si trova a capo di istituti di ricerca e università.

Ma quali sono le cause di tale disparità tra uomini e donne?

La ricerca scientifica ha dimostrato che la scarsità di donne nel mondo del lavoro, e in particolare nella scienza, si può attribuire all’esistenza di pregiudizi legati al genere che dominano la nostra società e che possono influenzare in maniera consapevole o inconsapevole le nostre decisioni e il nostro comportamento.

Studi pubblicati sulla nota rivista scientifica Procedings of the National Accademy of Sciences of the United States of America hanno dimostrato che la scelta di un candidato maschio anziché di un candidato femmina per un compito di tipo aritmetico o per una posizione da manager di laboratorio è strettamente associata alla credenza che gli uomini siano maggiormente portati per le discipline scientifiche e più competenti delle donne.

In linea con questi risultati, uno studio pubblicato sulla rivista Science ha dimostrato che le discipline scientifiche, che si ritiene derivino da un particolare talento “naturale e innato”, come ad esempio la matematica, mostrano la partecipazione di un numero minore di donne.

Ma allora come possiamo modificare tali pregiudizi in modo tale da ridurre il divario di genere nella nostra società?

Sicuramente un primo passo verso l’uguaglianza tra uomini e donne è quello di generare consapevolezza a livello sociale relativa all’esistenza dei pregiudizi di genere e di come essi possano contribuire a determinare una disparità nel mondo del lavoro e della scienza. Ma non solo. In questo contesto, la ricerca scientifica può rappresentare lo strumento principe per definire interventi che siano effettivamente in grado di combattere il divario tra uomini e donne nella nostra società e portare allo sviluppo di una democrazia stabile e trasparente.

Alcuni studi hanno dimostrato che è possibile cambiare i pregiudizi di genere, fornendo informazioni che vadano contro gli stessi pregiudizi. In particolare, è stato dimostrato che l’esposizione a modelli femminili che rivestono posizioni di prestigio o di comando (es. professoresse universitarie), permette di ridurre il pregiudizio che porta ad associare maggiormente gli uomini anziché le donne a posizioni da “leader” e alle discipline scientifiche, come l’ingegneria e la fisica.

Questi interventi però, nonostante si siano dimostrati efficaci hanno prodotto risultati limitati, soprattutto in termini temporali. Studi hanno infatti dimostrato che i loro effetti non sono più presenti dopo qualche ora o giorno.

L’idea che sto portando avanti con la mia ricerca è che queste credenze siano così radicate nella nostra mente che per cambiarle sia necessario modificare i meccanismi biologici nel cervello che le producono e le controllano.

In particolare, la mia ricerca è volta all’introduzione nell’ambito dello studio dei pregiudizi sociali di una tecnica, chiamata stimolazione cerebrale non invasiva. Tecnica considerata sicura che, inducendo delle piccole correnti elettriche nel cervello, permette di modificare l’espressione comportamentale associata a determinate aree. Questa procedura è già ampiamente utilizzata in ambito clinico per modificare i meccanismi biologici alla base di molte condizioni neurologiche e psichiatriche, quali dolore neuropatico cronico e depressione.

La stimolazione cerebrale non invasiva sta portando a risultati molto incoraggianti nell’ambito dei pregiudizi sociali, anche se risulta essere ancora poco utilizzata in questo campo. Ad esempio, ha permesso di definire quali regioni del cervello sono causalmente coinvolte in questi processi e dimostrare che tali procedure possono ridurre i pregiudizi, come quello di genere in ambito scientifico.

L’uguaglianza è un diritto fondamentale di ogni cittadino e un dovere della nostra società. Le pari opportunità tra uomini e donne non rappresentano solamente una caratteristica indispensabile per una società democratica, ma anche un fondamento cruciale per l’innovazione, l’economia e il benessere generale di una nazione. Solo concentrandoci sul talento dei cittadini e non sulle loro caratteristiche sociali, possiamo costruire una società volta verso il progresso.

Maddalena Marini è ricercatrice postdoc presso il Center for Translational Neurophysiology dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Ferrara. Laureata in Psicologia Clinica (110 cum laude) all’Università di Padova, ha conseguito un dottorato di ricerca in Neuroscienze Cognitive all’Università di Modena e Reggio Emilia. Dal 2011, è una ricercatrice per Project Implicit https://www.projectimplicit.net/index.html, organizzazione internazionale no-profit fondata dall’Università di Harvard, Università di Washighton e Università della Virginia che studia la cognizione sociale implicita. È stata ricercatrice (postdoctoral associate) per 3 anni nel dipartimento di Neurobiologia dell’Harvard Medical School di Boston, per 2 anni nel dipartimento di Psicologia dell’Harvard University e 1 anno nel Berenson-Allen Center for Noninvasive Brain Stimulation (Beth Israel Deaconess Medical Center) dell’Harvard Medical School.