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06/06/2019

Accelerating Italy: le tecnologie per la crescita del Paese

By: Claudio Rossetti

Convegno alla Fondazione Corriere moderato da Massimo Sideri. Tra gli intervenuti Vittorio Pellegrini, direttore Graphene Labs

Vittorio, come si può far “accelerare”questo Paese secondo l’IIT?

Si devono individuare e rendere strutturali degli spazi non solo fisici, ovviamente, dove chi innova facendo ricerca può condividere ciò che ha raggiunto con chi può sviluppare i risultati della ricerca in modelli industriali. Centrale è il capitale umano e l’identificazione di strumenti che servano ai ricercatori per tradurre ciò che studiano in idee imprenditoriali. Penso al supporto per la valorizzazione della proprietà intellettuale, per esempio. Questa visione trova applicazione nel modello messo a punto in IIT.

BeDimensional, la start up che tu hai lanciato, rappresenta un caso di successo sia per l’importante dotazione finanziaria che la sostiene, sia per le prospettive dei prodotti che verranno realizzati. Che leve hai usato per convincere gli imprenditori ad investire in Bedimensional?

Il contesto in cui mi sono mosso, che ha visto la convergenza di diverse competenze presenti in IIT,  ha giocato un ruolo fondamentale. Questo mi ha permesso di non focalizzarmi semplicemente sulla mera ricerca di finanziamenti, ma piuttosto sull’instaurare un dialogo costruttivo con entità industriali e finanziarie, pubbliche e private, che potessero essere interessate a conoscere, capire e intervenire criticamente sulle tecnologie che stavamo mettendo a punto. Ho imparato che quando si incontra un imprenditore o un investitore per coinvolgerlo in un progetto, l’essenziale non è il piano finanziario, l’importante è tradurre le idee, il valore aggiunto, in una visione del futuro. Il passo successivo è dimostrare una strategia basata sulla proprietà intellettuale e un percorso possibile verso la prototipazione di prodotti. È faticoso e richiede tempi e spazi opportuni. Bedimensional è nata nel “garage” nel 2015, diventata start-up nel 2016 e oggi sta iniziando la prima fase di produzione industriale.

Nel corso del convegno sono state citate iniziative di ricerca che si stanno sviluppando in città medio piccole del nostro Paese: Pontedera, Orvieto, Genova. È forse più facile fare ricerca lontano dalle grandi metropoli?

Posso risponderti per Genova che da un lato è una città sufficientemente capiente e ricca di opportunità per valorizzare competenze importanti, dall’altra, è sufficientemente piccola per evitare le dispersioni realizzative tipiche dei grandi centri. Quando un’idea è buona, com’è noto, è sufficiente un garage in una vallata periferica per realizzarla.

Per valorizzare il concetto di conoscenza che sostiene il procedere del nostro sviluppo hai ricordato quanto sta avvenendo, per esempio, per alcune unità di misura

Sì, parliamo del chilogrammo che, pur perfetto nella definizione valida fino a poche settimane fa, era soggetto alla variabilità del tempo: infatti un chilogrammo, era definito come la massa di un particolare cilindro di platino-iridio che, sebbene conservato in un contenitore, nel tempo, a causa di effetti diversi, cambiava seppur impercettibilmente, rendendo questa misura incerta.

Si è pensato quindi di migliorare la precisione nella definizione delle unità di misura collegandole a delle costanti fisiche: carica elettrica, velocità della luce, costante di Boltzmann, e per quanto riguarda appunto il chilogrammo, costante di Planck.

La costante di Planck definisce i quanti di energia scambiati da particelle nel mondo submicroscopico. Poiché massa e energia, sono grandezze concatenate, partendo dalla misura di questa costante, che oggi individuiamo con precisione altissima, possiamo arrivare ad una definizione molto precisa del chilogrammo. Lo stesso vale per la costante di Boltzmann per quanto riguarda una misura accurata della temperatura. Tutto ciò è concettualmente molto importante perché queste innovazioni mandano in pensione l’utilizzo di una modalità, direi manuale, nelle definizione delle unità di misura sostituendola con un approccio fondato sulla conoscenza. Passaggio, questo, culturalmente incredibile. Siamo entrati in una fase dove la conoscenza determina sempre più la quotidianità.

Interessante è pure la storia professionale di Planck.

Sì. Planck introdusse questa costante per spiegare un effetto all’apparenza molto banale e comune che però all’inizio del 900 era diventato un incubo per i fisici poiché non si riusciva a spiegare. E cioè il fenomeno della radiazione luminosa emessa da oggetto (per esempio un metallo) portato ad una certa temperatura. Per risolvere questo problema, che fu denominato del corpo nero, Planck postulò qualcosa che successivamente cercò, invano, di confutare, e cioè che la radiazione veniva emessa non in modo continuo ma in quanti di energia separati da una costante. Un’idea che sembrava assurda e che invece ha gettato le basi per la più grande rivoluzione del pensiero umano: la meccanica quantistica.  Questa è la dimostrazione della grandezza della genialità umana: centralità dell’uomo e centralità della conoscenza.

Come si coniuga questa centralità della conoscenza con la rivoluzione digitale in atto.

Stiamo in effetti vivendo oggi una rivoluzione digitale che sembra passare sopra le nostre teste. Intelligenza artificiale, big data, blockchain; viviamo in una specie di foresta di dati e opportunità dalla crescita impetuosa. Non dobbiamo dimenticarci, però, che la foresta, per sopravvivere, ha bisogno di radici fatte d’innovazione profonda. Per alimentare questa sete di innovazione abbiamo bisogno di scoperte scientifiche, d’individuare nuovi materiali e nuovi dispositivi con innovative funzionalità; attività queste che richiedono ricerca al bordo tra chimica, fisica e nanotecnologia, ambiti tra l’altro, su cui IIT è molto forte.

Come le tecnologie accelereranno il mondo del lavoro?

Il processo che conduce alla centralità della conoscenza è molto pervasivo. Il mondo del lavoro cambierà e lo sforzo dell’uomo per produrre un oggetto sarà sempre meno muscolare e sempre più intellettuale. Le macchine ci aiuteranno ma a noi umani verrà chiesto un contributo sempre maggiore di conoscenza e creatività. Un tempo si diceva che con l’avvento della automazione avremmo lavorato meno; in realtà lavoreremo magari di più ma in modo diverso. Se questi nuovi scenari lavorativi produrranno più felicità per l’essere umano è qualcosa da dimostrare.