Nanomateriali
14/11/2019

Rubrica “Ricercatori senza frontiere”: Libano

Valentina Polini

IIT racconta le vite dei suoi ricercatori. Un’uscita ogni due settimane, il giovedì

Oltre 60 paesi, ad oggi 62 per l’esattezza. Sono tutte le nazionalità dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dall’Arabia Saudita all’Angola, Cile, Cina passando per Honduras, Pakistan e Svizzera. Il movimento della ricerca come un flusso continuo di menti che si spostano senza frontiere in lungo e in largo su entrambi gli emisferi. La rubrica nasce con l’intento di rappresentarle tutte, raccontarle, lasciare ai ricercatori il tempo di raccontare un po’ di loro, del loro passato e del loro vissuto. IIT ha fatto della sua multiculturalità uno dei suoi pilastri portanti, che la rende internazionale e non incatenata dentro modelli prettamente nazionali. Una fucina di idee dove ricerca, tecnologia, business e sport convivono allo stesso tavolo oltre ogni diversità culturale e religiosa.

Tante persone, tanti volti, tanti colori, con in mano un unico passaporto che porta il nome della scienza e del dominio di ricerca che li contraddistingue.

Da dove vieni è un bagaglio che ti porti dietro e che ti caratterizza per come sei fatto, non per cosa sai fare.

“Ricercatori senza frontiere” è la rubrica che parla dei 60 paesi di IIT che si incontrano ai tavoli della stessa caffetteria e discutono indifferentemente di scienza, conferenze, partite di calcetto o arrampicate in giro per l’Italia.

Rubrica “Ricercatori senza frontiere”: Libano

Dalla Terra dei Cedri al Belpaese, Amira El Merhie è uno dei 60 Paesi di IIT

Libano, Beirut. Amira è nata da madre bielorussa e padre libanese. Ha dei lunghi capelli neri e degli occhi color pece, il taglio che si ripete negli occhi delle donne arabe. Ha frequentato le scuole fino alla laurea a Saida, nel Sud del Libano e da lì si è spostata in Francia. In Italia è arrivata qualche anno fa studiando per conseguire il PhD in IIT. Ha completato il dottorato di ricerca nel gruppo di Alberto Diaspro con la supervisione di Silvia Dante. La tesi di dottorato si è focalizzata sullo studio del ruolo del grafene a singolo strato (SLG) come biointerfaccia per un possibile utilizzo futuro in ambito biomedicale. In particolare, lo sviluppo di biosensori, substrati per la medicina rigenerativa, interfacce per una migliore registrazione delle attività elettrofisiologica delle reti neurali.

Ha accettato di continuare a lavorare in Italia, in IIT anche dopo la tesi di dottorato. Attualmente lavora come PostDoc nel gruppo “Nanomaterials for Biomedical Applications” dell’Istituto Italiano di Tecnologia, guidato da Teresa Pellegrino. Il progetto di ricerca multidisciplinare su cui sta lavorando si occupa di nanoparticelle magnetiche con duplice obbiettivo, usate per il trasporto mirato di radiofarmaci e per scaldare localmente la regione del tumore esposta alle nanoparticelle e stimolate da radiofrequenze.

Del Libano ha ritrovato in Italia somiglianze di usi e costumi tipici della civiltà mediterranea, il buon cibo e l’ospitalità che dentro IIT sono fortemente interconnessi per il senso di “comunità” allargata vissuta dai ricercatori come un unico grande gruppo senza frontiere che lavora a migliorare scienza e tecnologia.

Non è difficile immaginare che sia affezionata ai paesaggi italiani dunque, alla socievolezza delle persone e, ovviamente, al cibo italiano. Così come non è difficile immaginare che dell’Italia non sopporti la lentezza farraginosa della burocrazia e di Genova lo scarso decoro che affligge le strade principali e più frequentate dai turisti. Della Superba apprezza invece la particolarità dei vicoli, i tanto citati carruggi del centro città che si aggrovigliano in una continua mescolanza tra volti attraenti, donne attillate e palazzi sontuosi.

E se ti chiedessi del cibo? del cibo libanese preferito e di quello italiano?

“Pizza, e pasta delle varie regioni! Ma anche lo Stoccafisso Accomodato ora che ci penso! La cucina libanese è altresì buonissima, variegata. Non saprei quasi scegliere, forse il Kibbeh bi Laban (polpette in salsa di yogurt con pinoli)

Gli occhi sempre vispi, le movenze eleganti, l’ardore di una ragazza giovane che ha una grande possibilità di conoscere e imparare girando per il mondo. Mostra i laboratori di IIT in cui lavora con grande orgoglio.

Amira cosa ti piace davvero di IIT e dell’ambiente che hai incontrato qui?

Mi piace molto che IIT sia un ente di ricerca dove è davvero possibile trovare spazi giusti e buone tecnologie e macchine per lavorare e fare esperimenti per imparare nuove tecniche. Allo stesso modo mi piace l’ambiente multiculturale che si respira in IIT. I miei più cari amici qui provengono da svariati paesi, Bulgaria, Germania, Egitto, Francia, Italia, India, Iran e Messico. Certo, i miei amici del cuore sono invece quelli che porto con me dall’infanzia, sono libanesi, ma ho creato legami forti anche qui.

Racconta del suo paese come ogni expat farebbe della propria storia, si tiene cari i ricordi della propria adolescenza. In Libano è in corso in queste settimane la cosiddetta “thawra”, la rivoluzione ribattezzata così dai manifestanti – famiglie e giovanissimi – anche detta “harak”, il movimento della gente contro corruzione, degrado, debito pubblico e forbice ampia su una ricchezza affidata a pochissimi e una enorme povertà affidata ai più. “Kulani yani kulani“, “tutti vuol dire tutti”, e cioè tutti via, tutti a casa, nessuno escluso, lo slogan forse più gridato di questa rivolta.

Cosa ne pensi della thawra? vorresti essere lì e perché?

Sono completamente a favore di questa rivoluzione, perché la situazione peggiorava di giorno in giorno… alto tasso di disoccupazione, degrado ambientale, corruzione e moltissimi altri problemi. Certamente vorrei essere lì a manifestare con la mia famiglia e i miei amici per salvare il nostro paese e fermare queste ingiustizie. Amo il libano e spero davvero il meglio per il mio Paese nonostante so per certo che non sarà semplice.

Mi racconti un’espressione libanese cui sei particolarmente affezionata?

                                                                                 ‘في العجلة الندامة وفي التأني السلامة’

In gergo libanese anche scritto “Fil aajala en-nadama wa fil ta’anni as-salama” che letteralmente significa “nella fretta c’è il rimpianto ma nella pazienza e nella cura ci sono pace e sicurezza”.

Non ha senso essere continuamente di corsa e rischiare di fare male. Prendersi il giusto tempo significa anche assicurarsi un buon lavoro e trovare calma in questa consapevolezza.

Nonostante il forte radicamento al suo paese natale è chiara la tendenza ai viaggi, alla curiosità di esplorare nuovi territori e paesaggi. Il suo account Instagram lo conferma, quando può si dedica ai viaggi e a scoprire nuovi confini. “Lo trovo molto rilassante ed è un continuo rilascio di emozioni positive.” dice Amira. “Mi piace moltissimo anche fare hiking e la Liguria è piena di posti che ti permettono di farlo”.

Hai un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe moltissimo continuare con la carriera da ricercatore, nonostante sacrifici e difficoltà, per poter un giorno contribuire magari ad aumentare l’aspettativa di vita delle persone colpite dal cancro. E mi piacerebbe in qualche modo contribuire anche a riportare un po’ di sorriso sul volto dei bambini che vivono negli orfanotrofi.

Amira perché sei ancora qui in Italia se la ricerca si muove in un continuo peregrinare per il mondo?

IIT offre ottime possibilità, soprattutto per studenti giovani. Quando c’è la possibilità di rimanere ancora un po’, rimani”.