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27/02/2020

Tecnologia e lavoro ai tempi di Covid-19

Luca Carra

La tecnologia è diventata volano e freno al diffondersi delle epidemie

La globalizzazione dei trasporti è notoriamente un potente moltiplicatore epidemico con i suoi 2,5 miliardi di persone che viaggiano in aereo ogni anno dai circa 4.400 aeroporti presenti nel mondo. Al netto dei blocchi aerei da e per la Cina di queste settimane, il nuovo coronavirus è stato comunque portato a spasso dai suoi inconsapevoli ospiti. Lo afferma uno studio del centro di modellistica delle malattia infettive dell’Imperial College di Londra, che stima in 576 i casi di Covid-19 sparsi per il mondo con voli in partenza dall’aeroporto internazionale Tianhe di Wuhan, di cui 156 accertati.

Molto più difficile stimare il vantaggio che la tecnologia può aver determinato nell’aver contribuito a spostare i rapporti umani dalla realtà alla cosiddetta infosfera attraverso la diffusione pandemica di smartphone (il cui numero ha superato la popolazione mondiale) e computer. Il diffondersi dell’Internet delle cose, la robotica e l’automazione, a loro volta, renderanno sempre più possibile una modulazione dei rapporti umani a distanza.

Mentre le ricerche in questi campi sono in pieno svolgimento, fa abbastanza impressione vedere come – in assenza di farmaci e vaccini contro la nuova epidemia – la quarantena resti comunque la principale forma di difesa come ai tempi del Manzoni. Con la differenza non da poco che rispetto al passato anche casa propria si apre al mondo grazie alla tecnologia, consentendo in teoria la prosecuzione di studio e lavoro. Tanto che lo stesso decreto legge del Consiglio dei ministri del 23 febbraio sull’emergenza epidemiologica in atto cita espressamente  il “lavoro agile” come modo per non interrompere le attività lavorative nelle aree interessate dai provvedimenti.

Ma cos’è il lavoro agile? Come spiega il Ministero dell’istruzione in una sua nota, “Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.”

A regolare lo smart working è la  legge n. 81/2017, che sottolinea l’importanza della flessibilità organizzativa del lavoro e la necessità che si possano avviare forme di lavoro agile con l’accordo volontario delle parti, senza troppa burocrazia, insomma.

Anche il Ministero della Salute, con una sua nota, dispone che i dipendenti delle aziende sanitarie che si trovano nelle aree interessate dal decreto, possono lavorare da casa.

Il lavoro a distanza, peraltro, si potrebbe diffondere anche in “tempi di pace” con beneficio della produttività.

Eppure si registra ancora una marcata differenza nell’uso di questa opportunità fra i diversi Paesi. Come osserva nell’ultimo report 2020 Eurostat, “Nel 2018, il 5,2% degli occupati tra i 15 e i 64 anni nell’Unione Europea (UE) lavorava solitamente da casa. Con il 14,0% degli occupati che lavorano abitualmente da casa nel 2018, i Paesi Bassi sono in cima alla lista degli Stati membri dell’UE, seguiti da vicino da Finlandia (13,3%), Lussemburgo (11,0%) e Austria (10,0%), mentre l’Italia è sotto la media Europa con un tasso del 3,6%. Nell’UE, i lavoratori autonomi lavorano di solito da casa (18,5%) più spesso dei dipendenti (3,0%).”  I tassi più elevati sono stati registrati in Finlandia, dove oltre il 40% dei lavoratori autonomi lavorava solitamente da casa (46,4%), nei Paesi Bassi (44,5%) e in Austria (43,6%)”.

Anche l’insegnamento e la formazione possono avvenire con buoni risultati a distanza. Sfruttando l’emergenza del nuovo coronavirus, scuole e università si stanno (lentamente) attrezzando con lezioni in remoto con webinar e altri sistemi. La formazione a distanza (FAD) è utilizzata da anni per esempio in ambito sanitario con notevole successo vista la possibilità di accesso in qualunque momento e in qualunque luogo. “In letteratura scientifica è dimostrato in studi controllati e randomizzati che la FAD raggiunge gli stessi risultati, per quanto riguarda la modifica del comportamento, della formazione residenziale, con il vantaggio però di poter formare in maniera omogenea un numero molto alto di professionisti. Alcuni corsi da noi realizzati hanno sfiorato i centomila partecipanti” dice Pietro Dri, medico, esperto di FAD e responsabile scientifico del primo corso a distanza in Italia sul coronavirus. “In un momento di emergenza sanitaria qual è quello attuale la FAD è lo strumento ideale per diffondere rapidamente su tutto il territorio nazionale informazioni verificate e di qualità che aiutino gli operatori sanitari nel loro difficile compito. Per questo anche le federazioni nazionali dei vari ordini si sono attivate per proporre in tempi brevissimi un corso FAD dedicato al nuovo coronavirus”.

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L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) ha posto tra i propri obiettivi l’attuazione di un’organizzazione che garantisca un più alto livello di work-life balance e di welfare del personale.

Tra questi obiettivi, per esempio, la possibilità – secondo il Regolamento del Personale Dipendente – di attivare il telelavoro per permettere una gestione ancora più equilibrata delle esigenze lavorative e familiari e di coworking negli spazi di IIT dedicati.

Misure di cui si parla molto in questi giorni di emergenza sanitaria, di “lavoro agile” cosiddette, che IIT ha reso attive già durante i giorni di allerta rossa sancite dalle autorità pubbliche, subito dopo il crollo del ponte Morandi e mantenute come prassi per tutto il personale dipendente, che fanno di IIT un istituto pioniere in tutto il Paese, in linea con i principali centri di ricerca internazionali.