Intervista alla Direttrice dello Human Capital, Organization, Health and Safety Directorate di IIT, Cristiana Rossi

Parità di genere, cultura organizzativa e nuove generazioni: una riflessione sul futuro della diversità nella ricerca

In occasione dell’International Day of Women and Girls in Science 2026 promosso da UNESCO, l’Istituto Italiano di Tecnologia rinnova il proprio impegno nel promuovere una cultura della ricerca sempre più inclusiva, equa e capace di valorizzare il talento in tutte le sue forme.

Abbiamo incontrato Cristiana Rossi, nominata nuova Direttrice dello Human Capital, Organization, Health and Safety Directorate dell’IIT a novembre 2025. Una donna energica che ha risposto al nostro invito di intervista con entusiasmo. Con lei abbiamo riflettuto sul ruolo delle donne nella scienza – intese sia come scienziate che come le persone che lavorano a loro stretto contatto e supporto all’interno di un’organizzazione. È emerso quanto sia importante abbattere stereotipi e barriere di genere e, nello stesso tempo, indispensabile che le organizzazioni costruiscano ambienti di lavoro in cui diversità e merito possano crescere insieme. Un dialogo che guarda al presente, ma soprattutto al futuro delle nuove generazioni.

Quanto è ancora cruciale, oggi, celebrare ricorrenze come l’International Day of Women and Girls in Science per contrastare discriminazioni e stereotipi di genere nel mondo scientifico e della ricerca? In un contesto che coinvolge una pluralità di ruoli e professionalità – dalla ricerca alle funzioni amministrative, fino alle attività di supporto alla ricerca – queste occasioni, secondo lei, rappresentano un momento fondamentale di riflessione e responsabilità collettiva?

Credo che questo tema debba essere sempre oggetto di attenzione, e non solo nel mondo della ricerca e della scienza. Potremmo, probabilmente, parlare per ore di quanto, in molti momenti della vita personale e professionale, il fatto di essere donna sia stato un ostacolo.

Io l’ho capito molto presto: avevo 14 anni quando, nel 1984, decisi di fare un corso per conseguire il brevetto di subacquea. Era un contesto estremamente maschile, con istruttori molto duri e autoritari, e mio padre mi accompagnava proprio per assicurarsi che non venissi trattata troppo duramente. È stato lì che ho capito che non sarebbe stato semplice, e che in certe situazioni non essere un uomo avrebbe continuato a rappresentare una difficoltà. Nel corso della vita mi sono spesso sentita obbligata a fare scelte tra lavoro e vita personale. Oggi, per fortuna, vedo che questo accade molto meno: ho 56 anni e noto una differenza evidente nelle giovani donne, che non sono più costrette come un tempo a rinunciare a una dimensione per l’altra. Non dico che sia diventato semplice, ma possibile. Ai miei tempi, invece, era quasi inevitabile. Per questo credo sia importante continuare a ricordarlo e avere una giornata dedicata: le cose stanno migliorando, ma c’è ancora bisogno di attenzione.

Personalmente ho lavorato in  grandi aziende e multinazionali “molto “maschili” dove ai vertici la stragrande maggioranza erano uomini e anche le riunioni strategiche erano composte quasi esclusivamente da uomini. In quei contesti ho, però, sempre visto come il contributo delle donne porti spesso anche equilibrio, soprattutto quando le discussioni rischiano di estremizzarsi o sbilanciarsi.

Nel mondo della ricerca e della scienza l’attenzione è particolarmente importante, perché ancora oggi non è scontato che una bambina venga orientata verso studi scientifici. Non è più come ai miei tempi, ma resta un tema importantissimo.

All’interno dell’Istituto Italiano di Tecnologia non ho riscontrato quella forte disparità che avevo percepito in altri contesti: qui ho trovato un ambiente molto più equilibrato.

Guardando al Suo percorso professionale, quali sono state le principali soddisfazioni, ma anche le sfide e le difficoltà incontrate nel raggiungere ruoli apicali e dirigenziali, in quanto donna? E, alla luce di queste esperienze, quali elementi distintivi caratterizzano un’organizzazione realmente capace di riconoscere, accogliere e affrontare le tematiche legate alla parità di genere e all’inclusione, rispetto a contesti che faticano ancora a colmare il gender gap?

Subito dopo la laurea ho iniziato a lavorare a Genova, all’Istituto Tumori e al Centro di Biotecnologie Avanzate dell’Ospedale San Martino, come ricercatrice nel Servizio di Psicologia all’interno della Terapia Antalgica. In quel contesto, molto vicino al mondo della ricerca, non ho ricordi di forti disparità di genere: la parità tra uomini e donne era quasi totale. Questo perché, nella ricerca conta ancora soprattutto la competenza. Quando hai risultati, il genere passa in secondo piano: potresti essere chiunque.

Accade diversamente, invece, nel mondo aziendale, dove il percorso di carriera è spesso legato a variabili diverse dalla competenza tecnica. Mi è capitato più volte di vedere uomini in posizioni apicali appoggiarsi a donne molto più competenti dal punto di vista tecnico, che di fatto svolgevano il lavoro operativo. È un limite culturale piuttosto diffuso. C’è l’idea, ancora radicata, che l’uomo, percepito come più distaccato o “freddo”, sia più adatto a certi ruoli. La realtà dimostra il contrario: uomini e donne portano valori e potenzialità diverse, ed è proprio questa eterogeneità che rende i team più forti.

Oltre al genere, però, esistono molti altri bias: l’origine geografica, ad esempio, o eventi della vita come una malattia, un lutto, la maternità. In Italia, più che all’estero, questi momenti hanno spesso rappresentato uno stop alla carriera. Oggi la situazione sta migliorando e ci stiamo avvicinando agli standard europei, ma resta il fatto che dopo un periodo di assenza, come la maternità, spesso si rientra come se non si fosse mai esistiti: si viene tagliati fuori dalle comunicazioni, dai flussi informativi, dalla memoria organizzativa. Qui l’azienda può fare molto. Mi è capitato di lavorare in contesti dove, con il consenso della persona, si manteneva un minimo di coinvolgimento informativo anche durante l’assenza. Questo aiutava sia chi rientrava, sia chi arrivava dopo, a non perdere continuità. I modi per intervenire esistono, ed è soprattutto una questione di cultura organizzativa.

Guardando al futuro e alla missione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, quali strategie e iniziative ritiene siano più efficaci per migliorare la parità di genere all’interno dell’organizzazione, contribuendo così a incrementare l’indicatore di femminilità?

In particolare, quali politiche e pratiche – in termini di reclutamento, sviluppo di carriera, culture organizzative e modelli di leadership – possono sostenere concretamente una maggiore rappresentanza femminile in tutti i livelli dell’Istituto, da quelli scientifici a quelli di governance?

All’interno dell’Istituto è già stato fatto molto. È una realtà che ho sempre trovato estremamente interessante e attrattiva, anche quando lavoravo all’estero, fin dalla sua nascita. Il mondo della robotica, in particolare, mi ha sempre affascinata e credo che qui siano state realizzate iniziative di grande valore.

Ho però l’impressione che, come spesso accade a Genova, le cose belle ci siano ma non vengano raccontate abbastanza al di fuori del territorio. È come se si fosse riluttanti a  valorizzare ciò che abbiamo, nella cultura così come nell’arte e nella scienza, senza una vera volontà di “fare marketing” in senso positivo. Nel tempo le cose sono migliorate, ma credo che si potrebbe fare di più per rendere l’intera città più attrattiva. Questo vale anche per l’IIT.

Credo che dovremmo lavorare di più sull’employer branding, per far sentire le persone orgogliose di lavorare qui – e molti già lo sono – e per raccontare all’esterno, anche nelle comunità non scientifiche, le potenzialità straordinarie dell’Istituto. Molti miei ex colleghi, quando ho detto loro dove sarei andata a lavorare, non conoscevano l’IIT. Solo dopo aver cercato informazioni si sono resi conto di quanto fosse una realtà di eccellenza.

E in relazione alle nuove generazioni, quali iniziative di sensibilizzazione, orientamento e diffusione della cultura scientifica ritiene siano più promettenti per avvicinare bambine e ragazze alle discipline STEM e alle carriere nella ricerca e tecnologia?

Credo che lo stesso discorso di maggiore apertura, valga anche nel rapporto con le nuove generazioni. Andare nelle scuole, avvicinare bambini e bambine al mondo della ricerca e dell’innovazione è fondamentale, e dovremmo farlo molto di più e comunicarlo meglio. Non solo per la parità di genere, ma per far conoscere le opportunità professionali ai giovani laureati che spesso non vengono nemmeno immaginate. Possiamo fornire dottorati, tirocini, fellowship. Siamo un ambiente internazionale e interdisciplinare unico in Italia.

Spesso ci troviamo di fronte a una contraddizione: da una parte facciamo fatichiamo a trovare candidati, riceviamo poche risposte alle posizioni aperte, e dall’altra leggiamo che molti giovani dicono di non trovare lavoro. Su questo mi piacerebbe dare un contributo concreto, per ridurre il più possibile questa distanza e valorizzare il potenziale che esiste, dentro e fuori l’Istituto.


Redazione*: Valeria delle Cave e Valentina Polini

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