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Il Politecnico di Torino e i Centri Nazionali di Ricerca

La “terza elica” per la Scuola di tecnologia per la Politica. Intervista al Professor Guido Saracco, Rettore del Politecnico di Torino

Guido Saracco è Rettore del Politecnico di Torino ed è stato Direttore del Centre for Sustainable Future Technologies (CSFT) di IIT. Il centro, nato nel 2016 dopo il Cop 21 di Parigi, si dedica alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie per combattere il cambiamento climatico. Il Professor Saracco ha pubblicato nel 2017 il libro “Chimica verde 2.0.”, che propone un’affascinante teoria: “impariamo dalla natura come combattere il riscaldamento globale”. Il volume ha avuto diverse ristampe, l’ultima nel 2021, a riprova dell’interesse che questo argomento, sostenuto da una crescente sensibilità prodotta da eventi naturali negativi in veloce progressione, ha generato.

Il Professor Saracco è quindi il testimone ideale per intervenire sui grandi temi che segneranno lo sviluppo del nostro Paese. Dai finanziamenti per la ricerca all’energia alternativa, all’alta formazione.

Professore, affrontiamo il tema dell’innovazione tecnologica e scientifica che è tra gli obiettivi strategici del Governo. Un intervento importante riguarda i Centri Nazionali di Ricerca. Come si stanno concretizzando questi progetti?

I centri sono cinque e il Politecnico di Torino ha ottenuto di poter contribuire a quattro di essi. Si tratta di interventi importanti perché riguardano ad esempio la mobilità sostenibile, ambito estremamente interessante per il mio ateneo e per il territorio circostante. Si tratta di una sfida appassionante che prevede programmi di ricerca applicata che sosterranno il trasferimento tecnologico, e il Politecnico ha instaurato un’ottima e vitale collaborazione con le imprese. Nel nostro Paese ci si è organizzati per creare una cordata per ognuno dei cinque centri tecnologici con il coordinamento gestionale di professionisti esterni come Ernst &Young. L’esperienza di business administration dell’università non è sufficiente per gestire la dimensione di questi progetti. Per ora si è fatto un buon lavoro. La sfida che ci attende è quella di riuscire a realizzare in pratica nei prossimi quattro anni quanto abbiamo elaborato. È importante sottolineare in quest’operazione il coinvolgimento e la presenza delle imprese che si sono impegnate a co-investire, dimostrando un’adesione concreta ai progetti condividendo gli intenti che ispirano questa attività. Il PNNR è un impegno definito dal Governo italiano per sostenere l’economia e l’imprese del nostro Paese. Per questo è importante che questo investimento venga utilizzato da imprese che agiscono nel nostro sistema e che da quest’ultimo generino nuovi investimenti, occupazione, sviluppo. Questa visione si sposa poi con la strategia territoriale del PNNR degli “ecosistemi d’innovazione”, complementare ai centri tecnologici e ai partenariati estesi (altra misura dedicata alla ricerca fondamentale), che mirano al trasferimento tecnologico, al proof of concept, alla nascita di start-up, all’innovazione delle pmi. La territorialità del nostro ecosistema (ne verranno finanziati 12) si è concretizzata in Piemonte, Valle d’Aosta, nelle provincie di Varese e Pavia. Avevamo tentato un accordo anche con la Regione Liguria, che non ha avuto successo nonostante le caratteristiche complementari dei sistemi regionali che si proponevano. Mi spiace e spero che vi siano altre possibilità per riaprire questa collaborazione.

Lei ha definito Torino “un’area di crisi complessa”, cosa significa?

A Torino il modello strettamente legato al mondo della produzione industriale è in crisi. Cresce il terziario e la popolazione è in decrescita. Questa nuova visione socioeconomica della città ha indotto il Ministero dello Sviluppo Economico a designare Torino come area di crisi complessa. Questo status permette la destinazione di fondi per sostenere lo sviluppo della città in questa diversa dimensione. Questa opportunità ha creato, tra l’altro, una forte coesione tra le diverse componenti socioeconomiche della città ed io ne ho avuto prova quando presentai il progetto “Torino area di crisi complessa” al Presidente Conte a capo del suo primo Governo. Abbiamo lavorato con quel progetto al recupero dell’area di Mirafiori, dedicato alla mobilità sostenibile, allo sviluppo dell’area di corso Marche per l’aerospazio e dell’Environment Park (Spina 3) per la transizione ecologica. Nelle grandi aree industriali dismesse abbiamo concepito un “acquario” nel quale convivono new economy, università, ITS, start-up, grandi e piccole imprese. Sono questi i modelli delle Knowledg & Innovation Community della UE che noi abbiamo rivisitato autofinanziandoci.

Quello che lei delinea è uno scenario economico e culturale diffuso, nel quale la forza del modello consiste proprio nel contributo di componenti diverse della città in contrasto con il modello storico dell’azienda-città.

Non dobbiamo dimenticare quanto quella azienda (la FIAT n.d.r.) ha contribuito al benessere e allo sviluppo di Torino e anche dopo la sua riorganizzazione l’indotto ha avuto benefici per oltre un ventennio. I mutamenti del sistema industriale sono noti, si deve andare avanti disegnando nuovi scenari, nuove opportunità. Serve un’alleanza nuova e profonda che è stata definita “tripla elica”. Università e mondo della ricerca collaborano con l’economia e la politica per riuscire insieme a progettare un futuro in un sistema molto più complesso.

In questa visione come si colloca il Politecnico?

La nostra Università si è riorientata decisamente divenendo un ateneo moderno, votato all’impatto sociale, meno autoreferenziale e legato alla sola ricerca d’eccellenza. La rivoluzione tecnologica trova nell’interdisciplinarietà e nella ricerca applicata soluzioni concrete, che sono spesso foriere di finanziamento, ed è questo un percorso che abbiamo intrapreso creando i centri interdipartimentali. Questa nuova impostazione del nostro percorso ha permesso al Politecnico di Torino di autofinanziarsi per sessanta, settanta milioni all’anno.

In un suo intervento segnalava per quanto riguarda il PNNR, il pericolo dell’“effetto zucchero filato”, ci traduce questa metafora?

Certo, è ovviamente un’immagine ma nasconde una verità. Se il PNNR e tutti i meccanismi che innesta vengono vissuti come una forma di sostegno emergenziale e non strategica producono l’effetto zucchero filato, un dolce che si consuma con gioia in poco tempo abbuffandoci di calorie che rapidamente si consumano e ci appesantiscono, rendendoci meno abili di prima a catturare risorse dal mercato e dai bandi competitivi.

Quali interferenze può creare la politica nell’applicazione di un piano tanto importante come il PNNR, anche nella prospettiva delle future elezioni politiche?

Così com’è formulato il PNNR dovrebbe evitare che vi siano interventi devianti per le università ma anche per tutto il resto del piano che ha una dimensione nazionale molto ampia. Siamo poi sufficientemente tutelati dal fatto che questi finanziamenti vanno restituiti, oltre la considerazione che vi sia al Governo chi ha ideato questa operazione. Poi sicuramente la politica dovrà ritornare ad essere decisiva. Questo è un passaggio importante: quando il Paese deve assumere decisioni fondamentali non può che essere il decisore politico, il protagonista di questa stagione. Ènecessario però che anche la politica, come l’Università e l’industria, propongano nuovi modelli. Anche la terza elica del nostro motore deve cambiare. La politica deve essere formata in ambito tecnologico per intervenire con cognizione di causa nei temi che stiamo citando e che sono gran parte del PNNR. Le tecnologie devono essere conosciute per gli effetti che producono, nei trend, nelle problematiche di politica geo-sociale. Così come gli ingegneri devono comprendere meglio le dinamiche sociali per capire come applicare efficacemente le tecnologie, anche i politici devono essere formati sulle nuove tecnologie che porteranno grandi transizioni.

In teoria è questa una visione moderna e pragmatica della figura del politico del futuro. Come rendere reale questa aspettativa?

Il Politecnico sta organizzando una “Scuola di tecnologia per la politica” che pensiamo di insediare a Santena. Con il Ministro Brunetta, la Professoressa Severino, attuale Presidente della LUISS e della Scuola Nazionale per gli Amministratori, e altri attori locali, stiamo disegnando la nascita di una succursale della SNA e la scuola di tecnologia per la politica dedicata ai politici e ai dirigenti dell’amministrazione dello Stato. Vogliamo così cercare di formare, per quanto ci compete, il sistema politico e amministrativo per nuove leve ricche di visione e competenze. Non credo che il politico del futuro possa ancora ottenere consenso attraverso le attività di mediazione e di relazione, servono competenze nuove.

Crisi energetica, rinnovabili, ritorno parziale al carbone, elettrico o idrogeno per le auto. Sono temi a lei cari, come procedere?

Da studi che abbiamo condotto in Italia si potrebbe produrre idrogeno a basso costo. Lo si potrebbe ottenere dalla biomassa delle foreste, dell’agricoltura. Se le biomasse create in questi ambiti, venissero, in tempi ragionevoli, recuperate e convertite potremmo avere idrogeno o biocomustibili in quantitativi consistenti con valori più che accettabili. Dobbiamo insomma partire dalle biomasse per ottenere nuovi combustibili. L’elettricità non è che in parte rinnovabile e quindi l’elettrico porta alla riduzione degli inquinanti nelle città ma non influisce sull’effetto serra. L’utilizzo di un mix che preveda l’utilizzo di idrogeno potrebbe rendere l’elettrico più efficace. Puntare solamente sull’elettrico non risolve il problema energetico e ambientale. È sicuramente questa un’indicazione importante come cambio di paradigma per l’alimentazione dei veicoli ma a mio modo di vedere si deve lavorare sul mix di diverse energie rinnovabili, strada più difficile ma sicuramente più virtuosa a lungo termine.


foto credits: Michele D’Ottavio

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