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06/02/2019

Il ricercatore industriale nell’era dell’economia della conoscenza

By: Claudio Rossetti

Intervista a Sesto Viticoli, Vicepresidente Associazione Italiana per la Ricerca industriale

Dottor Viticoli chi sono i soci della sua Associazione?

«Airi, costituita nel 1974 da quattro soci fondatori (Centro Sperimentale Metallurgico, Confindustria, ENEL e Istituto Mobiliare Italiano), conta oggi su novanta Soci che comprendono Medio-Grandi Imprese, Associazioni di Imprese, Istituzioni bancarie, Università e i principali Enti pubblici di Ricerca, Centri di ricerca privata e Società di Consulenza. I soci Airi fanno riferimento a settori produttivi quali ICT, Micro- e nano elettronica, Energia, Chimica, Trasporti, Farmaceutica, Spazio e Beni strumentali per l’Industria. Ai soci Airi fa approssimativamente riferimento un terzo dei ricercatori industriali del mondo imprenditoriale nazionale».

Quali obiettivi vi ponete?

«Dalla composizione societaria è possibile rilevare la presenza di moltissimi dei principali attori del Sistema Ricerca e Innovazione nazionale. Uno degli obiettivi fondamentali è quello di sostenere il percorso di tale sistema verso una Innovazione moderna, che si inserisca nell’ambito dell’evoluzione 4.0 ma tenendo sempre presente il valore della sostenibilità complessiva (economica, ambientale e sociale)».

Qual è il profilo del ricercatore industriale?

«Il compito fondamentale del Ricercatore Industriale è di trasformare i risultati di una ricerca applicata in innovazione, cioè un nuovo prodotto, o processo o servizio. Tale compito ha subito nel corso del tempo un’evoluzione anche in ragione del mutato contesto generale che ha influito sui parametri che determinano oggi la competitività delle aziende, quali ad esempio il concetto di rete, l’importanza crescente dell’outsourcing, l’avvento di un nuovo modello in cui si passa da un lavoro di tipo ripetitivo ad uno sempre più di tipo ideativo.  Se è vero, come lo è, che oggi viviamo il periodo dell’Economia della Conoscenza, è indubbio che oggi il Ricercatore industriale deve, accanto ad una solida base formativa di tipo tecnologico, essere in possesso anche delle cosiddette soft skills, indispensabili una nuova realtà guidata da principi di collaborazione tra saperi diversi, flessibilità, ubiquità e produttività. È questo il nuovo quadro in cui andranno ad inserirsi le competenze formatesi in ambito pubblico, ed è ovviamente un compito che ricade anche sul sistema imprenditoriale».

Non crede che la ricerca industriale nell’ultimo ventennio abbia segnato un po’ il passo in Italia?

«Negli ultimi venti anni il nostro Paese ha perso, o drasticamente ridotto, il numero e/o l’importanza di molte grandi imprese pubbliche e private, per esempio nel settore chimico, elettronico, farmaceutico e delle telecomunicazioni (hardware), aree caratterizzate da un alto o alto-medio contenuto tecnologico. Questo effetto negativo è stato solo parzialmente controbilanciato nel primo decennio del 2000 dall’avvenuta ristrutturazione e rilancio tecnologico di alcune ex partecipazioni statali, operanti nell’energia, nella difesa, nell’aerospazio, o dalla crescita sui mercati, grazie ad un crescente impegno scientifico tecnologico, di alcune multinazionali di media dimensione, operanti per es. nel biomedicale, nell’alimentare, nei materiali più avanzati per le costruzioni, nei servizi di ingegneria, nella nuova chimica verde e così via. Permane l’evidenza che le molte piccole imprese, prive di effettive strutture di ricerca e spesso anche di laureati tecnici di adeguato livello, hanno prodotto alcune innovazioni incrementali, ma non hanno molto inciso sulla potenzialità tecnologica del Paese anche per le difficoltà a colloquiare in modo efficace con università e enti pubblici di ricerca. Nei più recenti anni la tendenza delle politiche pubbliche a riunire queste imprese in reti di impresa (anche per creare formalmente imprese più grandi) potrebbe però generare un contributo più significativo e più solido grazie a crescenti collaborazioni con le strutture pubbliche nell’area della ricerca e sviluppo tecnologico.

AIRI ha sottolineato – anche in sede Parlamentare – la necessità di tenere conto di questo scenario “duale” della ricerca industriale italiana per definire specifiche, modulate e realistiche politiche a sostegno della ricerca industriale. Occorre quindi essere obiettivi e usare in maniera razionale e mirata le purtroppo relativamente poche risorse disponibili, con l’obiettivo di riuscire a mantenere ed, in alcuni settori, a far crescere in maniera mirata la competitività tecnologica del nostro sistema industriale e dei servizi avanzati.
Rimane inoltre urgente nel breve risolvere al più presto alcune tendenze negative che hanno caratterizzato recentemente il panorama nazionale della ricerca, inclusi la ricerca industriale e lo sviluppo tecnologico, quali:
– i perduranti problemi dell’Università e degli Enti pubblici di ricerca, che ancora mostrano grandi difficoltà ad aggiornare la propria “governance” per interagire facilmente con le strutture industriali, oltre alle ormai croniche difficoltà a ringiovanire il personale ricercatore e a poterne premiare capacità e creatività;
– il sempre minore sostegno dei vari Governi che hanno operato dal 2000 ad oggi (eccezion fatta per il Piano Calenda) alla ricerca, sia industriale sia pubblica, spesso introducendo nuove procedure molto oscure e poco efficaci, o estremamente “teoriche”;
– capitali di rischio ancora molto limitati e, quindi, attività di capital venture e di nuova impresa insufficienti per poter costituire un’opzione valida per incidere significativamente in breve tempo sulla competitività tecnologica del Paese».

Le istituzioni non sono state molto disponibili a sostenere la ricerca ma forse anche le imprese, almeno nel nostro paese, non hanno fatto grandi investimenti in questo senso…

«Da un punto di vista generale possiamo dire che il trend storico sull’andamento degli investimenti in R&S sul PIL dimostra regolari fasi di espansione e contrazione grossomodo ogni decennio, il cui punto di passaggio da una fase all’altra corrisponde a tre grandi ondate recessionistiche dell’economia (inizi anni ’90, 2001, crisi finanziaria 2008). Un andamento che sembra confermato dal Quadro di valutazione 2014 dell’UE sugli investimenti in ricerca e sviluppo industriale (R&S): la tendenza in Italia appare positiva poiché gli investimenti in ricerca e sviluppo delle aziende del nostro Paese, nel 2013, sono aumentati del 6,4%, dunque oltre la media dell’Unione Europea. Rimane ovvio che, per le ragioni appena dette, tale sforzo è insufficiente per recuperare un gap strutturale rispetto a Paesi come Germania e Francia, per i quali il Sistema Ricerca e Innovazione è da sempre uno dei pilastri delle politiche governative».

Eppure il nostro è un paese che ha dato alla luce grandi scienziati…

«Il contributo italiano all’evoluzione della Scienza o più in generale della Conoscenza è stato, e continua essere, da lunghissimo tempo un contributo di valore assoluto. Fare dei nomi diventa impossibile e si finirebbe certamente col dimenticarne qualcuno di rilevante. Penso che sia sufficiente ripensare alle grandi scuole che da tali scienziati si sono generate e che, praticamente, hanno riguardato tutte le discipline».

La formazione è fondamentale per creare forze di grande qualità in tutti i campi ma anche per formare bravi ricercatori. Il presidente di Airi il professor Ugo è stato un grande insegnante. Cos’è cambiato dopo l’uscita dall’ insegnamento di questi personaggi

«La seconda metà del ‘900 è stata caratterizzata anche dalla presenza di famosi scienziati che, nel contempo, avevano dei legami molto forti con il sistema imprenditoriale: di qui la possibilità di erogare una formazione con una ampia visione delle problematiche della ricerca scientifica, vista anche da ottiche differenti e, quindi, con conseguenti riflessi positivi sulla qualità dei laureati stessi.
Oggi è indubbio che, a fronte del nuovo mondo 4.0, la Formazione assume particolare rilievo in quanto, ci troviamo di fronte a un cambio radicale del paradigma produttivo il quale, oltre ai necessari passi tecnologici e metodologi, richiederà un processo di aggiornamento culturale su cosa significhi produrre beni all’interno dei nuovi paradigmi e dei nuovi modelli di business.
A detta dei Paesi esteri che accolgono come professionisti gli ex-studenti italiani, è un dato di fatto che la preparazione di base che li accompagna nel corso della loro vita professionale rimane di ottimo livello. Non credo perciò che per l’Università sia un problema quello di aggiornare i contenuti formativi in relazione all’evoluzione dello scenario tecnologico.
Se vogliamo però guardare con speranza al futuro, è necessario che, accanto ai contenuti scientifici, venga opportunamente sviluppato un quadro applicativo di riferimento. Strumenti quali l’alternanza scuola/lavoro, i dottorati di ricerca industriale, l’educazione all’imprenditorialità e alla difesa dei diritti di proprietà intellettuale con le conseguenti ricadute positive ad es. sulle iniziative di spin-off e start-up, rappresentano elementi portanti che, se inseriti in una efficace strategia nazionale, contribuiranno alla formazione di competenze adeguate al nuovo modello».

Forse le chiedo troppo ma lei crede che l’Accademia e i grandi centri di ricerca del Paese debbano recitare un, seppur sommesso, mea culpa

«Come rilevato in precedenza, l’Economia della Conoscenza richiede un legame sempre più forte tra il mondo della Ricerca pubblica e quello dell’Innovazione. Si tratta di due mondi che si fondano ancora su valori molto diversi tra loro e ciò non favorisce la crescita di una interazione efficace. Va comunque ricordato che gli Organi Governativi hanno cercato, con la nota Terza Missione dell’Università, di promuovere tale rapporto: si tratta di un processo abbastanza lungo perché implica una sorta di rivoluzione culturale per la quale il valore della Ricerca non è solo nello sviluppo della Conoscenza, ma anche nella realizzazione di veri benefici per la Collettività».

La ricerca industriale può trovare in enti quali l’Istituto Italiano di Tecnologia un partner per sviluppare progetti o semplicemente definire quale sarà il futuro della ricerca nel nostro Paese

«Si parlava precedentemente della necessità di creare un sistema sinergico tra Ricerca ed Innovazione, con particolare riferimento ad un legame più efficace tra Ricerca pubblica ed Impresa. E’ un problema che è sul tappeto da perlomeno 30 anni e forse l’esempio di punta su questo tema è rappresentato probabilmente dall’IIT e dalle sue politiche di trasferimento tecnologico. L’istituto ha un suo piano integrato tra le diverse linee di ricerca riconducendole a quattro domini dell’innovazione (la Robotica, i Nanomateriali, le Tecnologie per le Scienze della Vita e le Scienze Computazionali), facendo ruotare il tutto attorno alla centralità dell’essere umano. In fondo rappresenta un chiaro esempio di Innovazione Responsabile, che si declina non solo attraverso il valore sociale della sua attività, ma anche attraverso la creazione di un ciclo occupazionale virtuoso di nuovi posti di lavoro e sta contribuendo allo sviluppo del tessuto imprenditoriale e manageriale del Paese».