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PI Profiles: Francesco Papaleo

Intervista a Francesco Papaleo, coordinatore della linea di ricerca “Genetics of Cognition” di IIT

Nome: FrancescoCognome: PapaleoLuogo di nascita: Scicli (RG)Ruolo: PI, Genetics of CognitionDi cosa si occupa il tuo team di ricerca?Il nostro obiettivo è svelare i meccanismi che stanno alla base dei processi cognitivi, sociali e socio-cognitivi. In particolare, usando un approccio traslazionale tra scienza di base e ricerca clinica studiamo i fattori genetici e circuiti cerebrali implicati in questi comportamenti. L’obiettivo finale è sviluppare strategie terapeutiche personalizzate, basate su concrete conoscenze biologiche, per disturbi psichiatrici e del neurosviluppo. Se non facessi questo lavoro, cosa ti sarebbe piaciuto fare?Fin da bambino sono sempre stato attratto dalla “Scienza”, ho sempre voluto esplorare l’ignoto creando cose nuove. Questo è ciò che mi piaceva fare, ma non avevo idea potesse essere un lavoro. Dopo le scuole superiori idealmente mi sarei voluto lanciare nella ricerca medica o astronomica. Concretamente però pensavo che un “lavoro in ricerca” non fosse realizzabile, troppa instabilità e una vita errante (…volevo davvero restare nella mia bella città natale in Sicilia). Così ho iniziato il percorso per diventare farmacista. Ma poi il mio desiderio, e la fortuna di aver incontrato mentor eccezionali nei momenti giusti, mi ha portato sul percorso per me più naturale…fino ad arrivare al mio lavoro attuale, che è davvero quello che mi piace e che mi è sempre piaciuto fare.Quella volta in cui hai desiderato abbandonare tutto e dedicarti ad altro:Sinceramente, ci ho pensato tante volte, non una sola. Ancora oggi mi succede… Ma forse non è mai stato un desiderio reale e, alla fine, “altro” per me è sempre e comunque scienza e ricerca, magari in un altro ambiente o con altri obbiettivi.“Publish or perish”. In che modo la pressione della pubblicazione influenza le tue giornate e le tue scelte professionali?In base alla mia esperienza, quando sei un giovane ricercatore non molto, perché sei completamente immerso e concentrato nei tuoi straordinari (almeno per me) esperimenti, su cosa significano e quali porte aprono. Quando inizi ad avanzare nella carriera scientifica affronti invece periodi critici in cui senti davvero questa pressione. Il tuo lavoro comincia a cambiare, riducendo il tempo dedicato agli esperimenti pratici, e dedicandoti sempre più alla scrittura di articoli e richieste di finanziamenti. Questo indubbiamente aumenta la pressione. Ma ritengo sia essenziale controllare bene questa possibile pressione da parte del sistema, o si rischia di bloccarsi o di perdere lucidità ed efficacia. E soprattutto, si rischia di perdere il piacere intrinseco di fare ricerca. Ma mi rendo conto che non è sempre facile e a volte può diventare frustrante.Quando hai capito che stavi andando nella giusta direzione?Mai. Ne dubito sempre…Ma immagino dipenda da ciò che intendiamo per “giusta direzione”. Bisogna divertirsi nel fare ricerca. Nella mia personale esperienza, ho cercato di dedicarmi sempre a ciò che mi entusiasmava di più, con il minor numero possibile di compromessi. Probabilmente ci si rende conto di andare nella giusta direzione quando le proprie scoperte iniziano ad avere un certo impatto, nel presente o nella visione futura.Qual è il tuo prossimo obiettivo?Approfondire la comprensione dei meccanismi genetici, dei circuiti cerebrali, e dell’interazione tra cervello e sistema immunitario nel mediare funzioni socio-cognitive, e loro rilevanza per disturbi del neurosviluppo.Qual è l’aspetto più difficile del tuo lavoro?Tenere tutto in equilibrio.I ricercatori senior devono necessariamente gestire diversi aspetti burocratici. Apparentemente, questo non sembra adattarsi bene con l’attività di ricerca. Cosa ne pensi?È vero, questo può distrarti molto da attività come studiare, pensare, gestire i progetti e le persone del laboratorio, ma è un aspetto necessario. E non siamo sempre esperti in aspetti burocratici. La soluzione migliore è circondarsi di persone esperte ed efficienti in questo ambito, che possono semplificarti la vita non di poco.Chi dovrebbe investire di più nella ricerca rispetto a quanto avviene oggi?Ogni paese ha una propria “cultura della ricerca”, oltre a proprie fonti e sistemi di investimento. In generale, il Nord America e oggi anche i paesi asiatici hanno maggiore accesso a diverse fonti di finanziamento rispetto all’Italia. Credo che una possibile ragione sia la cultura scientifica “di base e generale”, che nel nostro Paese è meno diffusa rispetto ad altre nazioni. Sviluppare questo aspetto potrebbe migliorare il modo in cui vengono gestiti gli investimenti nella ricerca e motivare più fonti pubbliche e private ad investire nel settore. La gente parla di scienza fuori dai laboratori e dal mondo accademico?Non abbastanza. Sarebbe bello parlare di più della scienza di base e generale, anche tra chi non è direttamente coinvolto in questi ambiti. Ma parlare non basta. Questo è ciò che intendevo con “accrescere la cultura scientifica” di un Paese: aumentare la conoscenza e l’interesse dell’intera popolazione, in maniera positiva e costruttiva. Chi ti ha dato i consigli più importanti durante il tuo percorso?Uno dei miei primi mentori diceva: “Se fai qualcosa, fallo con amore. Ci metterai tutta la tua passione e il tuo entusiasmo, e sarà tutto più facile e più produttivo”. Ancora oggi dico ai miei studenti: “La scienza può essere difficile. Se non ti piace, diventa impossibile”.Per un ricercatore è essenziale lavorare in paesi diversi?Non penso sia “essenziale”. È più importante trovare buoni ambienti e ottimi mentori (entrambi al plurale). Ma per quanto mi riguarda, lavorare in paesi diversi, con mentori diversi e in ambienti culturali diversi ha enormemente arricchito la mia esperienza scientifica e la mia visione.Se potessi migliorare un aspetto della ricerca, quale sceglieresti?Il tempo!

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