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20/02/2019

Qualità della cronaca e approfondimenti

By: Claudio Rossetti

Il SecoloXIX di Luca Ubaldeschi, nuovo direttore del quotidiano di Genova


Il Secolo XIX di Genova è una delle più antiche testate del nostro Paese. Fondato nel 1886 è uno dei testimoni della migliore tradizione giornalistica italiana. Alla guida della testata di Piazza Piccapietra si sono avvicendate, dal dopoguerra ad oggi, importanti firme del giornalismo. Da qualche mese Luca Ubaldeschi guida il Secolo XIX. Lo abbiamo incontrato.

Direttore quale sarà la linea del suo giornale?

Il Secolo XIX fonda il suo vitale rapporto con i lettori sulla cronaca. Una cronaca attenta, documentata, sempre vicina alla gente. Vorrei aggiungere a questo valore quello dell’approfondimento. Riuscire a circoscrivere alcuni elementi rilevanti che abbiamo scorto durante la giornata e, superando la cronaca, vedere e scrivere cosa c’è oltre il fatto. È noto che viviamo in un’epoca nella quale i media elettronici, e anche la partecipazione spontanea delle persone all’offerta mediatica, creano un movimento a valanga delle informazioni che ci raggiungono. Il giornale di carta ha ancora una funzione rilevante quando, nel pieno di questo furore informativo, riesce ad approfondire un fatto, un tema, una storia usando il metodo che è alla base del buon giornalismo: verificare, accertare fonti e notizie. Serve quindi preparazione e disponibilità per concretizzare questi processi che vanno realizzati con i tempi di un mondo che corre e che proprio per questo, spesso, ci regala superficialità, imprecisioni, e, in definitiva, un danno di credibilità. Detto questo non vanno certo demonizzati i canali social che noi con il nostro giornale utilizziamo stabilmente. Si tratta solo di definire gli ambiti e per quanto riguarda il Secolo XIX fare in modo che diventi ancora di più strumento utile.

Nell’informazione moderna, molto veicolata sui social media, in ossequio alla velocità e alla presunta esclusività, spesso si brutalizzano fatti e persone. Non crede che giornali di grande tradizione come il suo debbano avere anche una funzione formativa verso chi, come i giornalisti, ha grandi responsabilità nei confronti dei lettori?

Io credo, ed i colleghi che ho incontrato al Secolo XIX sono sulla mia lunghezza d’onda, che la formazione che noi possiamo offrire a un cronista sia quella di spingerlo ad andare a parlare con le persone, guardare in faccia chi ha qualcosa da dire e non limitarsi a recuperare informazioni raccolte senza alcuna verifica. Andare nei luoghi dove si consumano gli avvenimenti è ancora il modo migliore per fare giornalismo anche oggi. Noi dobbiamo cercare di raccontare quello che vediamo non quello che altri raccontano e che altri ancora riproducono in una catena di valutazioni, opinioni, censure che stravolgono la notizia iniziale. La prima qualità di un buon giornalista è il rispetto: dobbiamo avere rispetto delle notizie e delle persone coinvolte nelle notizie A questo proposito le racconto un piccolo aneddoto. Nel 2016 ho fatto un viaggio negli Usa percorrendo in auto la costa est degli Stati Uniti giungendo fino a New York. Ho attraversato grandi città ma anche tanti piccoli paesi. Eravamo nel pieno della campagna elettorale. I social media, rincorsi anche dai grandi giornali, davano per certa l’elezione di Hillary Clinton perché sostenuta da un gran numero di americani. Io quando lasciavo le grandi highways e mi inoltravo nelle vie di queste città vedevo solo, in quella calda estate, manifestazioni a favore di Trump. A New York si respirava invece un’aria favorevole a Hillary. Sappiamo poi com’è finita ma indipendentemente da ogni considerazione politica questa mia esperienza dimostra come la verifica dei fatti spesso ci offra una realtà che è molto differente da quella che ci raccontano o che ci farebbe piacere raccontare. Quindi un giornalista lo si forma invitandolo ad andare a verificare personalmente i fatti.

Direttore, parliamo del ponte Morandi. Quella tragedia è molto di più di un drammatico crollo. La strada che si è staccata dai piloni è il crollo di molte certezze oltre che la fine assurda di tante vite umane

Un ponte che crolla nel 2018 con tutti coloro che vi passano sopra in quel momento ha una valenza distruttiva incancellabile. Il dolore provocato da quella vicenda non può essere dimenticato ma l’anno appena trascorso ha visto anche i danni e la paura per la mareggiata, la vicenda Carige, insomma, una serie di eventi che avremmo volentieri evitato di descrivere ma che, accadendo, hanno messo in luce gravi carenze, superficialità, scarsa attenzione all’ambiente e alle persone. Fermo restando che dovranno essere accertate le responsabilità, ora è il momento della svolta, della ricostruzione del ponte che, se avverrà nei tempi promessi, potrà ridare ai nostri concittadini quella fiducia che la tragedia ha cancellato. La ricostruzione del ponte interverrà anche pesantemente nella riqualificazione dell’area sottostante il manufatto, ridisegnando il volto di una zona oppressa prima dalla grande viabilità. Le risorse ci sono, serve ora volontà e leadership da parte di chi ha la responsabilità di organizzare i lavori, gestire il territorio, risolvere le altre gravi vicende che hanno coinvolto la città e la regione. Gli esiti di questo impegno potranno essere emblematici per il rilancio non solo della nostra area ma di tutto il Paese considerando gli attori economici che operano a Genova e in Liguria. Serve, a mio avviso, un grande sforzo nel raccordare le diverse esperienze e professionalità. Vi sono entità come l’Istituto Italiano di Tecnologia che è uno dei simboli della ricerca italiana non solo nel nostro Paese che può divenire, come tante altre eccellenze industriali, uno dei perni aggreganti nel territorio Dobbiamo riuscire ad ottenere una sintesi di energie positive. Bisogna superare il desueto concetto del “qui si è sempre fatto così”. Ho imparato nella mia carriera professionale che nulla è mai certo e che spesso ricominciare da capo o accettare e condividere idee nuove è vitale. A Genova abbiamo davanti una pagina bianca dobbiamo iniziare a scrivere una nuova storia, positiva e di successo.

I giovani rappresentano un target abbastanza ostico per i quotidiani tradizionali. Come attrarli?

Ritorno al concetto di utilità. Un’informazione precisa e corretta, attenta alle esigenze dei lettori di ogni età, è la nostra ricetta per risultare attrattivi. Dobbiamo offrire un prodotto utile e contemporaneo che si veda anche nei canali seguiti dai giovani. Sto cercando di sperimentare qualche nuova idea di comunicazione dedicata a questi ultimi, ci stiamo lavorando con competenze professionali specifiche. Dobbiamo parlare ai giovani con il loro linguaggio, le nuove tecnologie ci hanno aperto scenari immensi, dobbiamo saperle utilizzare offrendole con quello che è il nostro plus: i contenuti.