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“Quello che gli occhi non vedono: storia di un pezzo di vetro e dell’arcobaleno”

Intervista ad Alberto Diaspro, autore del saggio: “Quello che gli occhi non vedono: storia di un pezzo di vetro e dell’arcobaleno”

Alberto Diaspro è a capo del dipartimento di Nanofisica del nostro Istituto. Il suo più recente libro “Quello che gli occhi non vedono” ha suscitato interesse e attenzione non solo da parte della comunità scientifica, ma anche da quella dei lettori comuni attratti dall’affascinante percorso che Diaspro propone. Il racconto inizia dallo strumento d’ingrandimento di Galileo per giungere fino a nostri giorni, con i microscopi a super risoluzione che osservano il vivente con un dettaglio illimitato.

Alberto, iniziamo il nostro dialogo con una domanda che utilizza il tuo titolo per aprire uno spaccato sul nostro tempo. Cosa non vedono i nostri occhi?

La risposta immediata è ciò che è trasparente e ciò che è più piccolo di un decimo di millimetro, la spaziatura del più fine righello scolastico. Ma la cosa forse più interessante è un quesito per i lettori. Quando avete capito che c’era qualcosa che gli occhi non vi facevano vedere? Nel mio caso, da bambino, a Verona in via Fiume, 2 vedevo la neve scendere e ammantare le cose ma non riuscivo a vederla come il bel cristallo di neve che una bambina mi aveva fatto vedere su un francobollo. Così ho iniziato a usare il microscopio, per vedere il fiocco di neve. Per le cose trasparenti ci pensò il laureato Nobel Zernike, ma per le connessioni neuronali Camillo Golgi – primo italiano a ricevere il premio Nobel pochi giorni prima del riconoscimento a Carducci.

Sottolinei con forza nel tuo libro un atto che ai giorni nostri sembra dimenticato: osservare. Qual è il motivo di questo invito?

“Osservare” mette d’accordo Richard Feynman, fisico laureato Nobel e padre delle nanotecnologie, e Yogi Berra, giocatore di Baseball. Nanotecnologie implica osservare e manipolare la materia alla nanoscala, al miliardesimo di metro – centomila volte il diametro di un capello. Lì si svela il funzionamento delle cose animate e inanimate, lì si imparano tante cose. Per Yogi Berra osservare attentamente i più piccoli movimenti del lanciatore vuol dire prevedere dove tirerà, intercettare la palla, il suo successo. Piccoli indizi come quelli che una cellula vivente mette in campo prima di diventare, ad esempio, cellula tumorale. Basta osservare! per capire.

In letteratura spesso si incappa in frasi dei tipo “la magia del microscopio”, penso siano interpretazioni che ti facciano innervosire?

Non c’è senz’altro magia, c’è duro studio e ci sono ore e ore in una stanza buia. Però è vero che ad un certo punto, per dirla alla Cortazar, ci si trova immersi in un realismo fantastico che in qualche modo può fare pensare a una magia, al realismo magico tra Garcia Marquez e Borges, tra de Chirico e Antonio Donghi.

In una delle presentazioni del libro mi ha colpito una tua definizione romantica a proposito del microscopio: “storia d’amore tra un pezzo di vetro e l’arcobaleno”. Come nasce e cresce questa storia?

È a tutti gli effetti una storia d’amore quella della luce dell’arcobaleno e della lente, del pezzo di vetro. Una storia di ricerca e di amore, per questo inizio dicendo che “la Nonna Anna era una donna bellissima”. Ma non vorrai che ti sveli la storia d’amore raccontata nella “Premessa curiosa”. Unico indizio è la citazione di “Davanti a San Guido” di Carducci: “Alta, solenne, vestita di nero… parvemi rivedere Nonna Lucia”.

Per chi ama le immagini e cerca di riprodurle cinematograficamente, la messa a fuoco dell’obiettivo sul soggetto che si vuole riprendere è, spesso, un momento emozionante. Vedi nitidamente, nel campo che hai deciso, la scena che vuoi riprendere. In quel momento la sceneggiatura diviene realtà. È così anche quando si mette a fuoco una qualsiasi immagine al microscopio?

La “messa a fuoco” è il momento più emozionante, ma in fondo l’obiettivo – il pezzo di vetro – ha sempre il fuoco ottico posizionato nel posto giusto, il fuoco geometrico. A seconda di quello che sta prima o dopo quel punto di fuoco le cose si vedono più o meno nitide. Allora con la stessa emozione raccogliamo anche informazioni che sembrano fuori fuoco per fare “magicamente ” tornare a fuoco subito dopo. Questa è microscopia ottica moderna, quella che usa laser, sensori per singoli fotoni e una grande capacità di calcolo.

Qual è il tuo rapporto con la luce?

La luce è vita e permette di studiare il vivente mentre vive. È un rapporto naturale e poi la luce, quella porzione di spettro elettromagnetico che chiamiamo luce, va dal rosso al blu. I colori della squadra di Genova, della mia squadra. Per essere precisi il bianco e il nero non sono colori. Insomma il mio rapporto con la luce è totale e felice. Poterla modellare con un pezzo di vetro è il sogno diventato realtà. Parafrasando Brooks nell’interpretazione di Humphrey Bogart: È la luce bellezza!

Quanto della microscopia moderna è dovuto a Toraldo di Francia?

Dobbiamo molto della microscopia moderna, della microscopia a super risoluzione, a Giuliano Toraldo di Francia, fisico fiorentino che negli anni 50′ conia il termine super risoluzione. Non incita a violare le leggi della fisica, la diffrazione o la legge di Abbe. Toraldo di Francia insegna che aggiungendo informazioni, altre, a quelle che raccogliamo usando una lente per formare un’immagine possiamo realizzare un quadro puntinista con un dettaglio più fine di quello imposto da limite fisico. Il dettaglio diventa illimitato, basta un pezzo di vetro, la luce dell’arcobaleno e barbatrucchi, come si dice, quanto basta.

Nel capitolo dedicato ai colori dell’arcobaleno parli delle proteine fluorescenti verdi, di che cosa si tratta?

Una scoperta meravigliosa. Shimomura scopre la luminiscenza che posseggono certe proteine e le isola. Rager Tsien capisce che quella luminescenza, tecnicamente fluorescenza, verde può diventare di tutti i colori dell’arcobaleno con piccole variazioni alla struttura della proteina. Ma è Martin Chalfie che intuisce e dimostra, grazie anche alla moglie Tulle Hazelrigg, che può essere prodotta da qualunque vivente. Come usarla? Ad esempio per seguire a colori lo sviluppo del sistema nervoso o l’evoluzione di una massa tumorale e l’effetto dei farmaci. Se la faccio produrre alla punta del naso dei nostri lettori e spengo la luce vedrò solo i puntini verdi sui loro nasi. Insomma decido chi deve diventare verde e quando. A questo punto, basta osservare!

Ne tuo saggio sono tante le citazioni che spaziano dallo sport, alla pittura, alla musica classica e moderna. Ti propongo in chiusura una citazione notissima, tratta da film Blade Runner: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi …”. Pensi di poter far tua questa frase per descrivere il lavoro al microscopio?

Si, questa è la sfida della microscopia, vedere cose che nessuno ha mai visto, dunque neanche immaginato. C’è di più, la microscopia moderna aggiunge un nuovo componente, l’intelligenza artificiale, e con l’intelligenza artificiale può produrre immagini nuove che nessuno si aspetta rovesciando il paradigma della microscopia ottica in qualcosa che nessuno aveva in mente mettendosi al microscopio ma che può dire molto. Se vedete solo un cappello, sappiate che si tratta di un boa che sta inghiottendo un elefante, per tornare a un classico per bambini e adulti, Il Piccolo Principe.

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SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: Quello che gli occhi non vedono: storia di un pezzo di vetro e dell’arcobaleno

Autore: Alberto Diaspro

Editore: Hoepli

Anno edizione: 2020

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