Intervista a Malena Oliveros, Product developer di Alkivio, in occasione della certificazione “OK Biobased” del biocomposito Alkipaper
Nel 2022, dall’attività di ricerca condotta all’interno del laboratorio congiunto tra il gruppo Smart Materials dell’IIT e Novacart – multinazionale italiana leader nella produzione di stampi in carta per il settore alimentare – è nata Alkivio, una startup impegnata nello sviluppo e nella commercializzazione di nuovi materiali sostenibili. Fondata grazie a un investimento di 2 milioni di euro da parte del gruppo Novacart e guidata da Fulvio Puzone, precedentemente manager in IIT nel campo del trasferimento tecnologico, Alkivio ha sede presso lo stabilimento di Garbagnate Monastero (Lecco) e, nonostante i suoi soli tre anni di vita, è già presente sul mercato internazionale con uno dei suoi biocompositi.
Tra le figure chiave della startup c’è Malena Oliveros, R&D specialist e oggi Product developer, esempio concreto di come chi fa ricerca possa assumere un ruolo strategico nell’innovazione industriale. Con una formazione in Scienza dei Materiali tra Milano e la Spagna, e un post-doc al Politecnico di Milano, Oliveros entra in IIT nel 2014, già coinvolta in progetti di ricerca applicata a contesto industriale.
In occasione della recente certificazione OK Biobased ottenuta dalla prima famiglia di biocompositi sviluppati da Alkivio, abbiamo incontrato Oliveros per farci raccontare come la sua esperienza scientifica si è intrecciata con quella della startup e con la sfida di portare materiali sostenibili sul mercato.
Com’è nato il progetto che ha portato alla nascita di Alkivio?
Tutto è iniziato nel 2014, quando sono entrata in IIT lavorando a progetti di ricerca industriale. Ho sempre cercato un’applicazione concreta della scienza. In quel periodo ho sviluppato con Enel un materiale per guanti ad alta tensione, poi brevettato. È stata la conferma che ciò che mi motivava era proprio la possibilità di innovare. Nel corso del mio lavoro in IIT è nato un laboratorio congiunto con Novacart. L’idea era portare strumenti e competenze scientifiche direttamente dentro l’azienda: un approccio nuovo, all’epoca. Da quell’esperienza è germogliata Alkivio.
Com’è stata l’integrazione tra il mondo della ricerca e quello industriale?
Non è stato semplice. Il linguaggio della ricerca non è sempre immediato per l’industria. Ma abbiamo capito che per far funzionare il laboratorio serviva costruire un dialogo quotidiano, condividendo non solo i risultati, ma anche le difficoltà. Così è nata una fiducia reciproca e una vera collaborazione.
Quali sono stati i primi sviluppi concreti?
Il nostro focus era rendere la carta lavorabile come una plastica, compatibile con i normali processi industriali. Da lì è nato Alkipaper®, un biocomposito innovativo. Novacart ha creduto nel progetto e ha deciso di investire, portandoci oggi a essere una società benefit che sviluppa e produce materiali pensati per sostituire la plastica in numerosi settori: dal packaging all’agricoltura, dallo sport al design, fino agli oggetti per la cura della persona.
I nostri materiali hanno avuto un interesse concreto in aziende come Novatex, nel settore agricolo e adottati in Alessi, nel design e oggettistica di uso quotidiano.
Cosa rende competitivo un materiale come Alkipaper?
È una vera alternativa alla plastica, progettata per rispondere ai criteri di sostenibilità richiesti oggi a livello europeo. Sempre più aziende vogliono anticipare le normative e offrire ai clienti materiali innovativi e responsabili. Il nostro vantaggio è unire performance industriale e visione ambientale.
Che ruolo ha oggi lo scienziato in un contesto come il vostro?
Vengo dalla scienza dei materiali, ma anche da una cultura imprenditoriale familiare: mio padre era un piccolo imprenditore molto operativo. Questo mi ha portata a cercare una scienza “utile”, concreta. In Alkivio ho vissuto in prima persona la sfida di tradurre il linguaggio della ricerca in quello dell’impresa. Da qui nasce la figura dello scienziato 2.0: qualcuno che sappia muoversi tra laboratorio e azienda, affrontare normative e certificazioni, orientare le scelte tecnologiche. È un ruolo essenziale per fare innovazione vera e non sprecare risorse. Mantenere viva la nostra anima di ricerca e sviluppo è ciò che ci rende agili in un mercato in continuo cambiamento.
Cosa significa, concretamente, la certificazione “OK Biobased”?
È una certificazione importante perché attesta che i nostri materiali contengono una percentuale significativa di componenti da fonti rinnovabili. È un primo passo per raccontare la responsabilità ambientale dei nostri biocompositi fin dalla loro origine. Ottenere questa certificazione non è semplice: richiede studio, analisi dei materiali e dei fornitori, test di laboratorio e tempo. Ma ci consente anche di conoscere meglio ciò che utilizziamo e come lo scegliamo. È solo una delle tappe: stiamo lavorando anche su percorsi per certificazioni per uso alimentare e per la compostabilità, per validare la sostenibilità dei nostri materiali in modo completo.
Che direzione prenderà Alkivio nei prossimi anni?
Siamo nati in un momento favorevole: c’è una crescente consapevolezza e apertura verso materiali sostenibili. Anche se siamo ancora una startup, oggi il contesto è più ricettivo. Nei prossimi cinque anni mi auguro che Alkivio completi i suoi percorsi, continui a promuoversi come startup innovativa e diventi un competitor credibile nel settore dei biocompositi. Dal mio punto di vista, voglio continuare a contribuire con idee e innovazione. È fondamentale che Alkivio non diventi solo un produttore di materia prima, ma mantenga viva la propria capacità di ricerca. La figura dello scienziato capace di leggere le regole del mercato e le potenzialità della scienza sarà sempre più decisiva per la competitività delle imprese.



