Robotica
29/11/2018

AH I ROBOT!

By: Claudio Bertieri

La nascita dell’immaginario dei robot illustrata dal critico cinematografico Claudio Bertieri 

Sono stati i b-movies dei serial hollywoodiani anni ‘30 ad introdurli nell’immaginario popolare.

Il Duemila è stato per secoli un traguardo sognato, desiderato, profetato, una lontana stagione nella quale l’uomo di ieri immaginava una vita quotidiana attraversata da ogni genere di meraviglie tecnologiche e, non meno, intravedeva anche la possibilità di spingersi, come una nuova frontiera, verso la conquista dello spazio. Prima la Luna e Marte, poi altri pianeti, sempre più lontani.

Il Duemila è stato dunque una grande mito, un mito che ha acceso le fantasie e le speranze di innumerevoli generazioni, alimentando di sé l’immaginario collettivo, ma, e più ancora, quello fortemente creativo di narratori e illustratori, di artisti e gente dello spettacolo. Un interminato percorso, attivatosi per secoli sì, ma che ha evidenziato una particolare intensificazione di queste sollecitanti fantasie profetiche nell’Ottocento e nel Novecento.

Ora evidentemente preoccupata, ora non nascostamente soddisfatta, la fantasia di anticipazione si è aggirata tra mirabolanti invenzioni. Nel tempo, testi ed immagini hanno proposto a lettori e spettatori presenze che hanno provocato sconcerto e terrori, ribellioni e sconfinamenti: raggi distruttori pronti a sconquassare regni e territori, spazi profondi varcati da veicoli tratteggiati nelle forme più suggestive (talvolta persino baroccamente immaginati), macchine d’acciaio equipaggiate così da assumere una fisionomia umana.

Comunque sia, simulacri umani di indubitabile forza fisica (forse meglio scrivere “metallica” o “meccanica”) hanno ripetutamente accettato il condizionamento loro imposto da scienziati e dittatori, da criminali e mad doctors, come ha immaginato lo scrittore ceko Karel Čapek mettendo in scena, il 25 gennaio 1921, il proprio dramma R.U.R. (ossia Rossum’s Universal Robots; in originale Rossumovi univerzální roboti). Ove, appunto, macchine a forma rozzamente umana (in verità si tratta di androidi creati da materia organica) vengono realizzate da un’impresa industriale allo scopo utopico di liberare per il futuro gli uomini dalla fatica del lavoro.

È la prima volta che nella letteratura compare il termine “robot”, derivandolo dal ceko “robota” (lavoro pesante e sgradevole), ma è opportuno sottolineare che gli “esseri” costruiti nella fabbrica non corrispondono tuttavia esattamente a ciò che oggi si intende con la parola. Ad ogni modo, e aldilà delle dissimili letture sul significato del dramma (critica della meccanizzazione? però contestata da un finale positivo), il testo avvia una tematica in cui è doveroso inserire L’Angoscia delle Macchine, sintesi tragica in tre tempi del futurista Ruggero Vasari, inscenata a Parigi nel 1927 al teatro Art et Action, che con la sua conclusione apocalittica ne rappresenta in certo senso la visione opposta rispetto a Čapek.

Trasmigrando dal palcoscenico allo schermo, e restando entro i limiti temporali degli anni Cinquanta (giacché nel decennio successivo l’uomo sarebbe sbarcato sulla Luna, segnando uno spartiacque tra il prima e il dopo), il futuribile robotico, più che al cinema spettacolare, si affida alla produzione seriale degli anni Trenta/Quaranta.

Un fenomeno degli studios hollywoodiani che ha consentito agli stessi di superare con difficoltà meno impegnative il trauma del passaggio dal muto al sonoro, potendo infatti contare sul suffragio di una platea giovanile certo ben disposta verso i richiami del “doppio programma”. Ossia dalla proiezione abbinata di episodi di serie intestate a protagonisti diversi.

Il primo incontro avviene nel 1934 con i dodici episodi (una mezz’oretta o al massino cinquanta minuti ciascuno) del serial The Vanishing Shadow, diretto da Louis Friedlander, dove per realizzare una vendetta nei confronti di un gruppo politico, che ritiene responsabile della morte del proprio padre, il protagonista si avvale della micidiale creatività di uno scienziato che gli mette a disposizione straordinarie armi: un raggio distruttore, una cintura che procura l’invisibilità, ma soprattutto un robot sufficientemente extra large.

Una presenza, dunque, non certamente di secondo piano o trascurabile, che, nella scia di preistorici modelli, più o meno raffrontabili con essa, segna l’iniziale avvio di una stirpe presto integrata da una schiera di consimili personaggistrumenti. Più che dai film, immaginati soprattutto dalla narrativa disegnata comics e illustrazioni per le sollecitanti copertine di riviste pulp, che si chiamano “Science Fiction”, “Fantastic Adventures”, “Science Fantasy” e via elencando, nonché per i colorati supplementi domenicali o le strisce quotidiane bianco/nero dei giornali.

Nei fotogrammi delle realizzazioni seriali del periodo i robot risultano essere per lo più governati da scienziati nemici della società o da feroci criminali, delle figure egualmente assatanate di potere, i quali utilizzano i servi d’acciaio per provocare eventi oltremodo dannosi, quando non per distruggere intere comunità. Nell’un caso si tratta di Zorka (The Phantom Creepes, 1939, in dodici episodi diretti da Ford Beebe e Saul A.Goodkind), nell’altro di Satan (Mysterious Dr. Satan, in quindici episodi diretti da William Witney e John English), entrambi protagonisti di avventure sicuramente eccentriche, un tanto fracassone e scombinate, sviluppate in ambienti metropolitani col fiato grosso mentre l’irreparabile sta per sconvolgere la comunità.

A vicende siffatte se ne alternano altre ove i protagonisti (e i robot che li affiancano) si muovono tra quinte scenografiche ben diverse. Come capita al salvatore di un gruppo di suoi amici imprigionati a Murania, una futuristica città di metallo, collocata a ventimila piedi sottoterra, governata dalla infida regina Tika. Oppure ad un membro della InterPlanetary Patrol, il quale, in Zombies of the Stratosphere (1952, in dodici episodi diretti da Fred Brannon), deve inseguire attraverso un condotto sottacqua una coppia di similumani (scaricata sulla Terra da un razzo invasore) rifugiatasi in una cava sotterranea dove il solito scienziato pazzo ha costruito una esiziale bomba.

Per altro verso, agli interrogativi che pongono queste presenze aliene, in uno con i loro progetti e traguardi, si contrappongono quelli che misteriosi nemici, agenti segreti, sicari e spie sollecitano partecipando a scenari giocati con ripetuti colpi di scena. Ne  esempio The Monster and the Ape (1945, in quindici episodi diretti da Howard Bretherton) ove al centro di scatenati interessi avversi si pone il misterioso “Metalogen Man”, un robot costruito utilizzando un metallo speciale. Il possesso della sua formula, tra inseguimenti, scazzottate, pedinamenti, uccisioni, coinvolgerà pure un inatteso bestione come Thor, lo scimmione del titolo.

Una domanda si pone a questo punto: quale ragione giustifica (o sottintende) una frequenza così avvertita di situazioni negative, terrori, distruzioni? La risposta è abbastanza semplice ed immediata. Rockets invasori, bombe all’idrogeno, robot guidabili a distanza, raggi della morte, metalli sconosciuti, apparecchi che rendono invisibili e altri micidiali strumenti, oltre ad avvertiti nemici sempre dietro l’angolo, non frequentano a caso, negli anni Cinquanta, i fotogrammi di queste produzioni. Se vogliamo, senza dubbio di minore risalto, ma frequentatissimi da un pubblico generalmente non troppo acculturato.

I preoccupanti avvenimenti della “guerra fredda”, i rischi che si profilano, le alternative annunciate, occupano giorno dopo giorno le prime pagine dei quotidiani. È quindi abbastanza naturale che anche operazioni creative di relativo peso e sostanza, quali appunto quelle dei serial cinematografici, riflettano ansie e paure che la comunità avverte e condivide. Segnali, questi ultimi, di cui tenere conto e dei quali i giovanili Bmovies si fanno pertanto testimoni. Poi toccherà ai robot protagonisti di Tobor the Great (1953) e di Colossus (1958), film di ben maggiore impegno produttivo e spettacolare, di accostare l’argomento e di ampliare gli allarmi.

NOTE SULL’AUTORE

Claudio Bertieri è critico cinematografico e teatrale. Autore di oltre una cinquantina di libri, ha realizzato programmi televisivi e cinematografici per la Rai e la TV Svizzera. Nel 2002 gli è stata conferita dall’Università di Genova la laurea Honoris Causa in Scienze della formazione. Dal 1990 è membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Novaro.

Nota: l’immagine in testa all’articolo è un fotogramma tratto da “The Vanishing Shadow” del 1934.