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09/06/2021

“Dobbiamo recuperare il senso della politica come mestiere nobile”

Valeria delle Cave

Intervista alla Professoressa Maria Chiara Carrozza, Presidente del CNR

Maria Chiara Carrozza è stata nominata Presidente del CNR dal ministro della ricerca Maria Cristina Messa il 12 aprile 2021. L’abbiamo raggiunta per un’intervista sui temi della ricerca e dell’innovazione. La Professoressa Carrozza sarà ospite all’evento del G20 organizzato da IIT, dedicato a robotica e IA, il 29 luglio a Genova (https://opentalk.iit.it/il-g20-alliit-per-un-evento-speciale-dedicato-a-robotica-e-intelligenza-artificiale/).

Professoressa Maria Chiara Carrozza, nel 2007, a soli 42 anni, lei diventava la prima Rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna, dimostrando, in anticipo rispetto alle diverse iniziative legislative sulle pari opportunità, che una donna meritevole può essere eletta a guida di un istituto scientifico. Nell’occasione, rilasciava una dichiarazione: “Qui si entra per merito e per merito (e gratuitamente) si va avanti”. Lei stessa, qualche anno dopo, chiedeva alla CRUI di garantire delle quote rosa nei Senati Accademici e nei Consigli d’Amministrazione delle Università. A 14 anni da quell’incarico, è la prima donna Presidente del CNR dopo 22 nomi maschili. Cosa è mancato in questi anni e cosa dovremmo fare in futuro?

Dobbiamo fare ancora molto per la concretizzazione della parità di genere e credo sia mancata anche la capacità delle donne di fare massa critica, di fare squadra. Certo, dopo quasi 100 anni una guida al femminile al Consiglio nazionale delle ricerche segna uno spartiacque, quindi nomine come la mia fanno ancora notizia, e auspico davvero che gli incarichi ai vertici per le donne siano sempre più la norma. Detto ciò, sono felice e onorata di essere stata scelta e che a nominarmi sia stata una donna, il ministro Messa, che stimo molto.

I suoi studi in fisica e il suo percorso professionale in robotica toccano due settori in cui l’Italia è riconosciuta tra i migliori esempi a livello internazionale; è anche stata fondatrice di una start-up innovativa che sviluppa tecnologie robotiche indossabili. Eppure nel nostro Paese la ricerca scientifica e l’alta tecnologia non sono ancora considerati come asset strategici, a differenza di altri paesi europei, quali la Francia e la Germania. Con il nuovo PNRR e le linee guida del Next Generation EU pensa che questa impostazione potrà cambiare? 

Sicuramente la ricerca e l’alta tecnologia in Italia hanno bisogno di maggior investimenti, soprattutto di investimenti strutturali e costanti. Il Recovery sarà una grande occasione per imprimere una svolta in questi settori ma, ripeto, al di là delle risorse che arriveranno in questo preciso frangente, l’Italia deve continuare a investire nella ricerca, soprattutto nella ricerca di base che genera sempre grandi avanzamenti e ricadute tecnologiche, fondamentali per il progresso della società.

A livello europeo ha avuto incarichi importanti, tra cui la presidenza del Comitato di valutazione intermedia delle due Fet Flagship, Graphene e Human Brain, e la partecipazione nell’Expert group per il progetto sulle Quantum technologies. Iniziative che dimostrano che i membri dell’Unione Europea possono convergere su obiettivi scientifici comuni, all’interno di un continuo processo di valutazione. Cosa le è rimasto da queste esperienze da poter utilizzare nel suo lavoro al CNR?

Gli incarichi a livello europeo mi sono stati conferiti direttamente dalla Commissione europea e mi hanno insegnato a lavorare per il grande progetto di un’area europea della ricerca, questo orizzonte sarà sempre presente anche nella mia opera di Presidente del CNR. Inoltre il metodo della Commissione europea prevede molti livelli di consultazione e partecipazione in modo strutturato, degli stati membri, degli stakeholder e dei ricercatori; anche nella ricerca, la democrazia per funzionare ha bisogno di molti livelli di condivisione e consultazione, ed ho imparato la pazienza del costruire un’area comune di lavoro e un metodo di organizzazione professionale nel rispetto di ruoli e regolamenti.  

La sua passione per la ricerca l’ha portata a pubblicare nel 2017 un libro divulgativo, I robot e noi (ed. Il Mulino), con l’obiettivo di fare conoscere a tutti il futuro che ci aspetta. Il CNR, insieme agli altri enti italiani, è molto attivo nella comunicazione della scienza. Quanto è importante per lei il coinvolgimento di scienziate e scienziati nel dialogo con la società?

È importante che uno scienziato sappia dialogare con la società: i cittadini hanno il diritto di sapere cosa si fa con i soldi pubblici nel settore della ricerca, solo così potranno essere consapevoli di eventuali scelte da prendere. Comunicare la scienza è importante anche per far conoscere al grande pubblico quali sono le grandi sfide che oggi la scienza affronta e per far comprendere il lavoro dei ricercatori. È fondamentale, ad esempio, che i ricercatori sappiano trasmettere il concetto di metodo scientifico, che contempla tentativi ed errori prima di portare a risultati comprovati.

In un’intervista ricordava un insegnamento di suo padre: “Mi diceva che è importante il senso dello Stato, del servizio per lo Stato”. Un insegnamento che ha portato avanti anche con l’impegno politico diretto, quale parlamentare e Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Quale insegnamento vorrebbe che le nuove generazioni seguissero per costruire il loro futuro?

Dobbiamo dare un segnale ai giovani, far capire loro che studiando, con la scienza, con la conoscenza, acquisendo competenze, possiedono gli strumenti per cambiare il futuro e fronteggiare le avversità. Per questo un punto importante riguarda i laureati STEM, che non sono in numero sufficiente: senza persone formate nelle hard sciences non potremo cogliere la sfida che abbiamo davanti, non ce la faremo. Dobbiamo anche recuperare il senso della politica come mestiere nobile, di servizio per le istituzioni. Abbiamo un grande esempio di stretto rapporto tra scienza e politica dato da Vito Volterra, fondatore del Cnr.