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18/05/2020

Fase 2, flessibilità comportamentale e resilienza

Camilla Dalla Bona

Non è un liberi tutti

Fase 2. Una parola che sembra quasi in codice, ma il cui significato è stato ben chiaro a tutti fin da subito. Per diverse attività produttive e industriali, ha significato ripartenza. Per bar, ristoranti e simili ha segnato il via all’asporto. Per tutti, il 4 maggio ha rappresentato la possibilità di incontrare i congiunti che vivono nella stessa regione, la riapertura di parchi e giardini pubblici, la possibilità di effettuare attività motoria e sportiva, individualmente, all’aria aperta, tutto nel rispetto delle prescrizioni sanitarie ed evitando gli assembramenti. Quello che indiscutibilmente ha scandito un passo avanti verso il riappropriamento della normalità all’interno dell’emergenza Covid19, per tutta Italia ha segnato anche un ulteriore cambiamento rispetto le routine già consolidate, con nuove regole da imparare e rispettare. E oggi inizia un’altra fase, già rinominata Fase 2 bis, sicuramente con più libertà per ciasuno di noi, ma che proprio per questo richiederà al singolo ancora più flessibilità comportamentale per costruirsi nuove mappe mentali e automatismi e non vanificare gli sforzi collettivi fatti fin’ora per arrestare la diffusione del virus. Insomma non è un liberi tutti.

Ma cosa succede nel nostro organismo quando passiamo da una condizione di routine consolidata ad una diversa quotidianità? Reagiamo tutti nello stesso modo? L’abbiamo chiesto a Raffaella Tonini, coordinatrice del laboratorio di Neuromodulation of Cortical and Subcortical Circuits di IIT, che da anni conduce studi di base per comprendere meccanismi molecolari con cui la Serotonina opera in condizioni normali, gettando le fondamenta per capire le basi neurobiologiche di alcune funzioni cognitive ed adattative.

Tonini, perché occuparci di Serotonina in questo momento?

La Serotonina è un neuromodulatore noto ai più per regolare l’umore e le emozioni, ma recenti evidenze sperimentali suggeriscono che agisca anche a livello di aree del cervello che sono importanti per definire la flessibilità comportamentale, ossia la capacità di adattarsi ai cambi di contesto da un punto di vista emotivo e motorio, proprio quello che stiamo facendo tutti noi inconsapevolmente da quasi tre mesi a questa parte.

Voi cosa state studiando?

Io e il mio team stiamo studiando una regione del cervello che si chiama nucleo striato che integra informazioni che provengono da aree diverse, tra cui la corteccia cerebrale, e che ci dicono in quale contesto ci troviamo ad operare, se il contesto è quello di sempre, o se è la prima volta che ci troviamo in un determinato ambiente o situazione, come poteva essere la condizione più restrittiva del lockdown, ma anche la nuova condizione in cui dovremo fare i conti con la necessità di indossare mascherine e guanti nei luoghi pubblici, avere maggior attenzione nei confronti delle norme igienico sanitare e abbandonare abitudini sociali consolidate come i momenti conviviali, le famose aggregazioni. Lo striato inoltre, riceve informazioni anche da regioni di controllo delle emozioni come l’amigdala; questo fa sì che la flessibilità comportamentale sia influenzata anche dalle nostre emozioni.

Su cosa vi state concentrando nello specifico?

In laboratorio stiamo osservando la dinamica spazio-temporale della Serotonina, ovvero dove e quando agisce in condizioni di cambiamento, e ipotizziamo che il grado di flessibilità comportamentale in regioni specifiche del cervello sia associato ad una precisa dinamica spazio temporale. Variazioni di questa dinamica potrebbero renderci meno flessibili.

E cosa può causare la variazione della regolare dinamica spazio temporale della Serotonina?

Sappiamo che lo stress cronico influenza la Serotonina e allo stesso tempo riduce la flessibilità comportamentale. Da questo si potrebbe ipotizzare che lo stress cronico influenzi la flessibilità comportamentale modulando l’attività della Serotonina, ma ancora dobbiamo fare molta ricerca per poter affermare questa correlazione.

Quindi potremmo ipotizzare che chi è stato più esposto a fonti di stress cronico in questo periodo, abbia maggiori difficoltà ad adattarsi ai progressivi cambiamenti che ci vengono richiesti?

È così. Passare molto tempo entro le mura domestiche in completa solitudine o al contrario in una convivenza obbligata 24 ore su 24 con i familiari o coinquilini,  ma anche il timore del contagio, pensiamo alle categorie lavorative che hanno prestato servizio senza sosta accanto ai malati,  possono essere considerate situazioni di stress prolungato. Inoltre non dimentichiamo che stress cronico può derivare anche dall’incertezza dal punto di vista lavorativo che in questo momento è un tema importante.

In questi giorni si è sentito parlare di resilienza più del solito. C’è qualcosa di scientifico dietro ad un termine di cui si è abusato?

La resilienza, termine spesso usato a sproposito, è un concetto molto meno astratto di quanto si pensi e in questo momento specifico più azzeccato che mai. La resilienza, intesa come la capacità di far fronte in maniera positiva ad avversità, ben diverso da quello che gli anglossassoni definiscono coping che mira a eliminare o tollerare la situazione, di fatto è la capacità di gestire una situazione. Da un punto di vista neurobiologico, noi sappiamo che i meccanismi neuronali alla base della resilienza implicano l’azione coordinata di ormoni e neuromodulatori, come la Serotonina, in regioni specifiche  del cervello che a loro volta sono importanti per la flessibilità comportamentale. Tali evidenze puntano ad un legame stretto tra questi due aspetti cognitivi, e questo legame suggerirebbe che la flessibilità comportamentale potrebbe rafforzare la resilienza. Essere resilienti significa essere flessibili ed adattarsi rapidamente a circostanza che cambiano, quello di cui tutti noi abbiamo bisogno per far fronte alla quotidianità e ai prossimi mesi!