Approfondimenti
10/04/2019

Intervista con la scienza a Enrica Battifoglia

By: Giuliano Greco

Dialogo con la scrittrice e caporedattore di Ansa Scienza&Tecnica


Dal futuro dell’informazione scientifica al suo ultimo libro su Rita Levi Montalcini, l’intervista a Enrica Battifoglia già autrice per Hoepli di “I robot sono tra noi” (2016) e “Vita sintetica” (2017).

Enrica tu sei una giornalista scientifica del canale Scienza&Tecnica di Ansa, il front end delle notizie scientifiche in Italia. Qual è la genesi della notizia scientifica nel nostro Paese?

L’agenzia Ansa è nella prima linea dell’informazione anche nel giornalismo scientifico. Questo significa che le nostre fonti devono essere fonti dirette. Quindi il mondo della ricerca è il nostro primo interlocutore in tutte le sue forme. Nella vita quotidiana, la prima lettura che facciamo dopo quella dei giornali è quella dei siti che ci permettono di avere un panorama abbastanza completo di quello che esce nelle riviste scientifiche internazionali. Questo ci aiuta molto perché ci vengono forniti gli abstract e anche gli articoli originali. Quando sono sotto embargo questo ci aiuta a prepararci meglio. E poi naturalmente ci sono i rapporti diretti che abbiamo con i ricercatori che intervistiamo per chiedere approfondimenti commenti per farci raccontare le loro ricerche.

Partecipiamo ai convegni e ai congressi internazionali siamo in contatto con le istituzioni scientifiche italiane e gli Enti Pubblici di Ricerca e il Ministero. Quindi è complesso l’ambito in cui nasce una notizia scientifica, la regola d’oro è che tutto va sempre verificato.

L’altro fronte sul quale bisogna lavorare tantissimo è il linguaggio perché qualsiasi ricerca anche la più complessa la più difficile può essere resa con le parole di tutti i giorni. Ed è questo il nostro lavoro, che richiede una grande pazienza come quella di artigiani che lavorano con le parole anziché con i materiali il nostro materiale è il linguaggio e si tratta di rendere comprensibili al pubblico più vasto possibile concetti che vengono espressi per convenzioni scientifiche con una terminologia molto tecnica.

Vi è mai capitato di inciampare in qualche notizia scientifica che è stata poi ritrattata o ritirata dalla comunità scientifica?

Purtroppo sì. È successo alcuni anni fa con la notizia dei neutrini più veloci della luce perché le fonti erano attendibili. C’erano delle istituzioni scientifiche e come giornalisti scientifici noi ci siamo affidati. È stata poi la stessa comunità scientifica a distanza di qualche settimana a dimostrare che invece il risultato non era attendibile. È stata l’occasione per far capire quanto la ricerca sia intrinsecamente onesta perché gli stessi ricercatori si sono corretti. Il nostro compito è quello di lavorare come dicevo sulle fonti certe. Si lavora molto di più per arginare una cattiva notizia rispetto a verificarne la fondatezza.

Avete mai avuto problemi con ricercatori non soddisfatti di un titolo di una semplificazione fatta da voi per rendere la notizia accessibile anche ai non addetti ai lavori?

Cerchiamo di prevenire. Nel senso che quando il tema è ostico e ci richiede un grande lavoro in termini di metafore di popolarizzazione cerchiamo di parlare con il ricercatore prima e di concordare una metafora.

Era successo per esempio con ai tempi delle cellule staminali che erano diventate le cellule bambine. Era successo con il bosone di Higgs quando era ancora la particella di Dio, quel termine era nato un po’ spontaneamente però ci sono casi analoghi nei quali concordiamo con un ricercatore la chiave da utilizzare per rendere il tutto più popolare, a volte questo è facile e i ricercatori ci vengono incontro facilmente altre volte dobbiamo faticare un po’ di più ma è meglio faticare a monte piuttosto che dover gestire le polemiche quando la notizia ormai su tutti i giornali.

Come scrittrice invece hai appena pubblicato il libro Rita Levi Montalcini “L’irresistibile fascino del cervello”. Di cosa racconti?

È una biografia scientifica innanzitutto che si basa moltissimo su quello che Rita Levi Montalcini ha raccontato di sé nella sua autobiografia personale. Comprende anche molte interviste con le persone che le sono state vicine nella vita ma anche, e soprattutto, nel mondo scientifico che mi hanno aiutato a completare il ritratto di questa grande scienziata.

Ho messo insieme tante tessere di un puzzle che poi alla fine hanno composto il ritratto di una grande ricercatrice, di una donna molto complessa, determinata ma anche molto fragile . Un donna che viveva nel suo tempo ma sapeva anche guardare molto lontano. Aveva un carattere forte ma a volte si dimostrava anche un po’ ingenua, insomma alla fine è venuto fuori veramente un personaggio poliedrico che sono stata contenta di raccontare.

 Quanto c’è voluto per raccogliere tutti i pezzi del puzzle?

Ma se vogliamo contare tutte le volte che l’ho incontrata e che l’ho intervistata e ho parlato con lei ci possiamo allungare sull’arco di vent’anni. Tuttavia la preparazione di questo libro è durata circa un anno raccogliendo interviste e altro materiale anche grazie a i suoi collaboratori, come Pietro Calissano, che mi hanno fornito un grandissimo supporto per ricostruire la storia scientifica delle ricerche di Rita Levi Montalcini ma anche la sua dimensione umana.

 Il tuo primo impatto con Rita Levi Montalcini come è stato?

 L’ho conosciuta dopo l’assegnazione del premio Nobel era quindi già anziana. Però ancora molto forte e molto vivace. La seguivo nei tanti convegni ai quali partecipava e mi parlava sempre con grande entusiasmo di questa sua molecola l’NGF, nerve growth factor (il fattore di crescita del tessuto nervoso). Poi l’ho seguita anche quando era impegnata per la ricerca sulla sclerosi multipla o per le donne in Africa. Ho avuto occasione di conoscerla sotto aspetti diversi ma ha sempre mantenuto un rapporto abbastanza distaccato. Aveva un po’ un aspetto duro, come era netto il taglio dei suoi abiti, così squadrato e severo ma sono sicurissima che non fosse così. Una scorza superficiale che forse le è anche servita nel suo percorso di carriera. Credo fosse in realtà una persona molto fragile.

Quali sono le “ricette” per aumentare la considerazione che un pubblico generalista ha della scienza?

Parlarne tanto. Raccontarla in modo semplice. Scriverne in modo accessibile sui libri e su tutti i media di massa, raccontarla raggiungendo il pubblico sui canali dove vive di più, come i social.