Una ricerca di Sapienza, IIT, EY e Santa Lucia IRCCS ha usato la realtà virtuale per misurare la distanza interpersonale in 184 partecipanti italiani e giapponesi. I risultati mostrano l’influenza di cultura, prime impressioni e bias impliciti sul nostro spazio personale. Lo studio è pubblicato su Computers in Human Behavior
Quanto ci avviciniamo agli altri durante un’interazione sociale? La distanza che mettiamo tra il nostro corpo e quello di un’altra persona, la cosiddetta distanza interpersonale, è un elemento fondamentale della vita quotidiana. Regola comfort, sicurezza, intimità e desiderio di avvicinamento o evitamento. Questa distanza può variare in base al contesto, alle caratteristiche dell’interlocutore, allo stato emotivo e al background personale e sociale.
Una nuova ricerca realizzata in collaborazione tra Sapienza, Istituto Italiano di Tecnologia – IIT, Ernst & Young e Santa Lucia IRCCS, ha utilizzato la realtà virtuale immersiva per indagare come partecipanti italiani e giapponesi regolano la distanza interpersonale rispetto ad agenti virtuali dall’aspetto asiatico o caucasico. Lo studio, coordinato da Salvatore Maria Aglioti ricercatore al Dipartimento di Psicologia e all’Istituto Italiano di Tecnologia, e che vede il ricercatore Matteo Lisi come primo autore, è stato pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, all’interno della Special Issue “Immersive Technologies and Intergroup Relations: Advances, Challenges, and Future Directions”.
A differenza di molti studi condotti esclusivamente in laboratorio, la ricerca è stata realizzata “in the wild”, cioè in contesti pubblici: i partecipanti sono stati reclutati e testati presso l’Expo 2025 a Osaka e Maker Faire Rome. Questo approccio ha permesso di usare un paradigma sperimentale controllato, basato su realtà virtuale portatile, in ambienti più vicini ai contesti reali di interazione sociale.
Durante l’esperimento, 184 partecipanti, di cui 92 giapponesi e 92 italiani, sono stati immersi in un caffè virtuale. In ciascuna prova, un agente virtuale compariva davanti a loro e i partecipanti dovevano regolarne la posizione scegliendo la distanza alla quale si sentivano più a loro agio. Gli agenti virtuali variavano per genere e aspetto percepito, asiatico o caucasico. I partecipanti valutavano alcune caratteristiche degli agenti, come attrattività e affidabilità, e completavano una misura di atteggiamento implicito.
I risultati mostrano che, nel complesso, i partecipanti giapponesi hanno preferito mantenere una distanza interpersonale maggiore rispetto ai partecipanti italiani. Inoltre, indipendentemente dal gruppo di appartenenza, gli agenti percepiti come più attraenti o più affidabili venivano collocati a distanze maggiormente ravvicinate. Lo studio suggerisce quindi che le prime impressioni sociali possono influenzare la regolazione dello spazio personale anche in ambienti virtuali.
Un ulteriore risultato riguarda il ruolo degli atteggiamenti impliciti: i partecipanti con un bias implicito pro-caucasico più marcato tendevano a mantenere una distanza maggiore dagli agenti asiatici rispetto a quelli caucasici. Questo dato indica che le valutazioni sociali automatiche possono riflettersi anche in comportamenti spaziali misurati in realtà virtuale.
“Con questo studio abbiamo voluto testare se la realtà virtuale potesse essere usata non solo come simulazione controllata, ma anche come strumento portatile per misurare comportamenti sociali in contesti pubblici”, spiega Matteo Lisi. “La possibilità di standardizzare l’aspetto e il comportamento degli agenti virtuali – aggiunge Althea Frisanco, ricercatrice IIT – consente di studiare la distanza interpersonale in modo preciso, riducendo molte delle variabili difficili da controllare nelle interazioni faccia a faccia.”
Il lavoro contribuisce al crescente interesse per l’uso della realtà virtuale nello studio delle relazioni sociali e intergruppo. Gli ambienti virtuali permettono infatti di creare situazioni realistiche ma controllate, nelle quali osservare come le persone regolano il proprio comportamento in presenza di altri individui o agenti sociali. Questo aspetto è particolarmente rilevante in un momento in cui gli spazi virtuali e le interazioni immersive stanno diventando sempre più diffusi. Nel complesso, commenta Salvatore Maria Aglioti, la ricerca mostra il potenziale della realtà virtuale immersiva come strumento per studiare la prossemica, cioè il modo in cui le persone regolano lo spazio nelle interazioni sociali, e per comprendere come differenze tra gruppi, prime impressioni e atteggiamenti impliciti possano contribuire a modellare il comportamento interpersonale anche negli ambienti digitali.
Riferimenti: Lisi, M. P., Aglioti, S., M. et al. Virtual proxemics “in the wild”: a cross-cultural comparison between Japanese and Italian adults recruited at public fairs. Computers in Human Behavior (2026)



