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28/11/2019

Rubrica “Ricercatori senza frontiere”: Sierra Leone

Valentina Polini

Nato in Africa occidentale, è in Italia da oltre un anno. John Santigie Conteh è il rappresentante di uno dei 60 Paesi dai quali provengono diversi collaboratori di IIT


John lavora come PhD nel gruppo “Nanomaterials for Biomedical Applications” dell’Istituto Italiano di Tecnologia, guidato da Teresa Pellegrino. Qui si progettano nanosistemi responsivi che trasportano farmaci in cellule tumorali. John ha una Laurea in Scienze conseguita in Sierra Leone, e un Master in Ingegneria Chimica ottenuto presso l’Università di Leeds. Vive in Italia da circa un anno e il suo paese d’origine è distante oltre 6000 km da Genova.

Nel cuore della costa atlantica africana, la Sierra Leone è conosciuta ai più per la sua funesta guerra civile durata oltre 11 anni e l’altrettanto devastante tragedia dell’epidemia di Virus Ebola i cui ultimi focolai sono stati spenti solo nel 2016, come dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le descrizioni delle guide turistiche più famose al mondo, i.e. Lonely Planet, parlano della Sierra Leone e della sua capitale Freetown raccontando che “quando emergi dall’aeroporto, sbattendo le palpebre dopo un volo notturno, ti ritrovi sul ponte di legno di un porto fiancheggiato da uno sfondo di montagne, spiagge e palme così idilliache da chiederti se è reale.”.

E in effetti John parla di Freetown e del villaggio tribale del Nord in cui è nato, Makama, come di un posto molto simile alla Liguria, tropicale innanzitutto dove piove spesso, “circondato da splendide colline verdi e vicino all’Oceano Atlantico. Passeggiare sulle spiagge di Genova mi ricorda il mio Paese.”

Mi racconti un’espressione in dialetto Limba cui sei particolarmente affezionato?

La mia espressione preferita è “Meneh yi nia muyu, yin kor kutu wo thimo yi” che letteralmente significa “se perseveri abbastanza, alla fine otterrai i risultati desiderati”. E in effetti perseverare significa continuare a perseguire i propri sogni tra le sfide.

(Limba – Hulimba – è un dialetto antico parlato in Guinea e in Sierra Leone)

L’espressione schiva, un modo timido e riservato di nascondere dietro un velo il proprio passato e tralasciare alcuni dettagli sul suo Paese, indossando con orgoglio le vesti di ricercatore che oggi lo caratterizzano. Concentrato solo sul suo lavoro e sulla sua carriera, non si lascia andare in descrizioni dettagliate nemmeno quando gli chiedo dell’Africa e della Sierra Leone.

John, la Sierra Leone rimane tra i paesi con il più basso indice di sviluppo al mondo nonostante gli sforzi per un riequilibrio sociale, e anche per la spinta economica dovuta soprattutto all’agricoltura, all’edilizia e all’esportazione del ferro (cit. The World Bank Group). Cosa pensi del futuro del tuo paese?

Credo che il futuro del mio Paese sia luminoso. Siamo una nazione molto resiliente che ha superato molte sfide. Direi che le nostre prospettive economiche sono promettenti considerando l’obiettivo principale del nostro Governo di che ha varato un piano di sviluppo del capitale umano attraverso un programma di istruzione gratuito per tutti i bambini che vanno a scuola. Inoltre, le attività agricole e minerarie stanno crescendo gradualmente.

La Sierra Leone è stata devastata dall’epidemia di Ebola durata circa un anno, si sono registrate 8.704 persone infette e 3.589 morte. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine dell’epidemia di Ebola in Sierra Leone nel 2015.

John, dov’eri in quei mesi e come ti sei sentito a riguardo?

Ero a casa quando è iniziata l’epidemia, nonostante viaggiassi spesso per un corso di formazione seguito in Malesia. E’ stato spaventoso e doloroso vedere i contadini delle nostre campagne morire di un virus così tremendo.

La resilienza con cui racconta certi avvenimenti è legata all’Africa, alla citatissima capacità africana di adattarsi, in una terra vestigio di ingiustizie e culla di paesaggi e tramonti soffocanti per occhi occidentali. Resistere con la semplicità di abitudini cui i bianchi non sono più abituati, così come racconta John di Makama, “la cultura Limba è fatta di semplicità, umiltà e divertimento. Nelle stagioni festive i balli tradizionali sono organizzati nella maggior parte delle piazze dei villaggi, e gli abitanti che non vedono l’ora di dedicarsi a questi svaghi!

E tu come passi il tempo libero? Cosa ti piace del cibo italiano e sierraleonese?
Pizza! E riso con zuppa di okra, è un ortaggio che trovo anche qui!

La mia passione è fare la volontà di Dio aiutando l’umanità come indica la mia religione (Living Word Charismatic Church). A Bolzaneto mi trovo molto bene perché è vicina al lavoro, ma anche perché posso andare in Chiesa più volte la settimana.

Nel tempo libero mi diverto invece a viaggiare in giro per l’Italia, ma soprattutto a programmare al computer.

Parla sempre di lavoro e passioni che ruotano attorno al lavoro. Se gli chiedo di un bel ricordo del passato non cita il suo paese ma parla della borsa di studio vinta in Inghilterra in una università prestigiosa che gli ha aperto le porte e dato le basi per la carriera di adesso. Parla di IIT come di “una organizzazione di ricerca scientifica di alto livello con un ambiente di lavoro multiculturale” e dei suoi migliori amici colleghi Thanh-Binh, Ana, Ricardo.

 John, quanto sono importanti per te scuola e istruzione?

I miei genitori non sono stati fortunati come me ma hanno garantito a me e i miei fratelli e sorelle la formazione scolastica di base necessaria. Essere nato da genitori non istruiti mi ha fatto rendere conto, crescendo, che l’educazione scolastica fosse vitale per il successo e il benessere dalla mia famiglia tutta. La mia buona prestazione scolastica mi ha concesso il privilegio di vincere delle borse di studio indette dal mio paese e dal Commonwealth, e di arrivare sin qui.

Non è stato un percorso facile.

 E qual è il tuo sogno nel cassetto? Vorresti tornare un giorno in Sierra Leone?

Mi piacerebbe continuare a fare ricerca per costruire sistemi che possano influenzare positivamente il benessere dell’umanità.

E sì, un giorno forse tornerò nel mio paese per dare il mio contributo al mondo accademico, industriale e della ricerca.