Approfondimenti
19/12/2018

Verso la bioetica globale?

By: Raffaele Maurici

Si è più volte avvertita, nel recente dibattito bioetico, l’esigenza di andare oltre il tradizionale orientamento bio-medico. Si tratta di una prospettiva promettente che conduce al riconoscimento di nuovi temi e soggetti etici.
E’ utile ricordare che il termine “bioetica” fu coniato nel 1927 dal teologo protestante Fritz Jahr per indicare l’insieme delle questioni etiche che le nuove tecnologie sollevano in rapporto all’uomo e al suo ambiente. Il neologismo non ebbe diffusione, finché nel 1971 non venne riproposto dall’oncologo americano Van Potter nel volume “Bioetica. Un ponte verso il futuro”, con l’intento ambizioso di prospettare una nuova disciplina in grado di costituire “un’ecologia globale di vita”, un connubio stretto dell’etica con la natura evolutiva dell’ecosistema.  

Solo negli anni successivi, la bioetica si orienterà sull’indagine di questioni più specifiche, perlopiù connesse con la pratica medica, un indirizzo focalizzato, certamente determinato dall’influenza esercitata dai primi centri di insegnamento e ricerca bioetica, l'”Hastings Center” e il “Kennedy Institute”, entrambi orientati alle scienze bio-mediche.

S’intravede oggi un cambio ulteriore di prospettiva. Il campo disciplinare della bioetica, sottoposto a profondi ripensamenti, si apre a una visione più sistemica. In un certo senso, si riavvicina allo spirito originario, perseguendo l’idea di estendere l’attenzione etica alle dinamiche dell’intera biosfera e alle forme di vita non umane. La complessità della natura delle questioni etiche generate dallo sviluppo tecnologico è infatti tale da costringerci a ripensare, in termini di interdipendenza e non più di antagonismo, alcune tra le più profonde rappresentazioni disgiuntive su cui storicamente abbiamo fondato l’interpretazione della realtà: corpo-psiche, natura-cultura, uomo-animale. Logiche separative che a lungo hanno legittimano l’antropocentrismo e l’etnocentrismo e, ancora oggi, in ambito bioetico, costituiscono un retaggio che ostacola la diffusione del pensiero della complessità.

Anche nel panorama italiano, il confronto attorno ai grandi temi bioetica sembra avviarsi verso nuovi orientamenti. Per lungo tempo il dibattito in Italia è stato segnato dalla contrapposizione tra la bioetica di area cattolica e quella di area laico-secolare. Un confronto che, dopo una fase iniziale di apertura a percorsi di convergenza, a partire soprattutto dagli anni novanta, si è trasformato in una discussione dove i punti di divergenza hanno sovente avuto il sopravvento sui possibili spazi di incontro. Si tratta di una stagione culturale che Maurizio Mori, figura autorevole della bioetica in Italia, ha indicato come il passaggio «dall’ideale della convergenza alla realtà della divergenza». Una transizione segnata  da eventi di grande valenza simbolica, quali quelli di Terri Schiavo negli Stati Uniti o di Eluana Englaro in Italia, e da un protagonismo crescente dei media e della politica.

Anche l’oggetto del dibattito teorico si è configurato, in Italia, attorno a temi fortemente divisivi. Sul fronte della bioetica di area cattolica si è sostenuta la tesi della sacralità e indisponibilità della vita, l’idea dell’unitotalità della persona e dell’esistenza di un progetto di Dio sul mondo che, attraverso una legge morale naturale, possa, anche in ambito bioetico, guidare la comprensione e le decisioni. Un paradigma che presuppone il primato della verità sulla libertà e l’esistenza di norme etiche universalmente valide.

Su una prospettiva diversa si è articolato invece il pensiero laico-secolare, orientato all’etica della qualità della vita, all’idea che l’individuo possa disporre del proprio corpo e della propria vita, alla tesi che qualora l’esistenza risulti deteriorata sia preferibile la fine della vita a una esistenza meramente biologica. E’ l’idea secondo cui ad avere valore intrinseco è la vita biografica e non quella biologica. Una prospettiva che trova fondamento nella tesi che la morale sia una costruzione umana e che, in ambito bioetico, debba prevalere il principio guida del rispetto della scelta autonoma dell’individuo. E’ la tesi del primato della libertà e la negazione di una legge morale naturale o precostituita. In questa linea di pensiero, la conoscenza può essere l’artefice della qualità della vita, rendendo possibili nuovi stili di vita e trasformando in un “campo di scelte possibili” ciò che un tempo appariva come ineluttabile (nascita, morte, sessualità). Ne consegue un orientamento “pluralista” che rispetta e riconosce la diversità dei modi di attribuire valore e senso alla vita.

Solo in anni più recenti, anche in Italia, il dibattito si è orientato verso contenuti meno divisivi. E’ emersa infatti la necessità di una bioetica sempre più globale e aperta al pensiero della  complessità, dove la riflessione etica possa essere estesa all’intero mondo vivente e alla stessa biosfera. E’ un orientamento che si rivolge, con un’attenzione rinnovata, verso le specie animali non umane e l’ambiente comune, con l’intento di prendersi cura dell’intera comunità di vita sulla terra, prendendo in considerazione anche la possibilità di riconoscere nuovi soggetti morali.

E’ una prospettiva sfidante, come ben sottolinea Luisella Battaglia: “Il pensiero della complessità ci induce a mettere il relazione le questioni relative all’ambiente e alla qualità della vita con quelle attinenti alla libertà e alla giustizia. La sfida è, dunque, di integrare i principi dell’etica umanistica con i nuovi doveri verso la natura e le altre specie.”

Un cambiamento profondo che trova parte delle sue ragioni nella cosiddetta “globalizzazione della bioetica”. Nata in un contesto originariamente occidentale, la bioetica si è diffusa negli anni nel resto del mondo, nei paesi in via di sviluppo e nei paesi emergenti, ampliando il ventaglio dei punti di vista e introducendo nel suo ambito di intervento questioni del tutto nuove: la tutela dell’ambiente, la povertà, il diritto al cibo e all’acqua.

Nel giugno di quest’anno, la “bioetica globale” è stata oggetto di dibattito nell’assemblea promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita. I lavori hanno proposto un allargamento dei confini della disciplina, andando oltre i casi limite dell’inizio e del fine vita, per affrontare la difesa della vita umana in tutte le fasi del suo sviluppo, considerando concretamente anche l’ambiente reale in cui le persone vivono ed agiscono. L’estensione della frontiera della bioetica è stata proposta nella consapevolezza che tutto il mondo è profondamente connesso e che esiste una relazione intima tra i poveri e la fragilità del pianeta. E’ proprio questo legame inscindibile che rende la povertà, la fame e degrado ambientale temi di pertinenza della bioetica.

In una direzione simile si spingono, da tempo, anche i diversi comitati di etica sorti all’interno delle agenzie dell’ONU. Si tratta di realtà molto vitali e dinamiche, dove coesistono orientamenti di pensiero differenti, per provenienze geografiche e culturali. Una diversità di punti di vista che ha aiutato a relativizzare i temi dell’agenda bioetica oggi prevalente nel mondo occidentale.

Nei paesi tecnologicamente avanzati, la bioetica si confronta con problemi generati da un eccesso di servizi.  La stessa alimentazione e l’assistenza sanitaria sono paradossalmente divenuti oggetto di diritti “difensivi”, dove la richiesta di “non-interferenza” prevale sulla domanda di prestazione. Uno scenario che stride con la realtà dei paesi emergenti che devono affrontare l’incapacità di erogare servizi fondamentali per scarsa disponibilità di risorse.

In questa nuova visione allargata, la bioetica non può limitarsi a circoscrivere il suo ambito ai temi etici della vita generati dalle conquiste e dalla diffusione delle tecnologie, ma deve estendere la sua azione anche alla vita di chi dai benefici della tecnologia rimane escluso.

Una prospettiva che trova un precedente autorevole nella “Universal Declaration on Bioethics and Human Rights, pubblicata nel 2005, dove si esprime il concetto l’«accesso a un’alimentazione e a un approvvigionamento d’acqua adeguati» costituiscano il fondamento stesso di ogni altro possibile diritto, compreso quello alla salute. E’ la prospettiva della complementarità e interdipendenza di tutti i diritti, un pensiero attento alla complessità che si propone a fondamento della nuova bioetica globale.

Raffaele Maurici è presidente di Innovation Agency e membro del comitato direttivo dell’Istituto Italiano di Bioetica.