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02/07/2021

PI Profiles: Velia Siciliano

Camilla Dalla Bona

Intervista a Velia Siciliano, coordinatrice della linea di ricerca “Synthetic and Systems Biology” di IIT

Nome: Velia

Cognome: Siciliano

Luogo di nascita: Napoli

Ruolo: PI, Synthetic and Systems Biology for Biomedicine

Di cosa si occupa il tuo team di ricerca? Il mio team lavora allo sviluppo di nuove terapie basate sulla modifica delle cellule immunitarie come le cellule T. Utilizziamo la biologia sintetica, una disciplina della bioingegneria che considera le cellule come strumenti di calcolo, permettendoci, attraverso modifiche genetiche, di migliorarne la funzionalità o limitarne eventuali disfunzioni. In questa stessa direzione, applichiamo nozioni di ingegneria per esercitare uno stretto controllo dell’espressione genica, essenziale per sviluppare terapie sicure.

Era questo il lavoro che avresti voluto fare da piccola?

Sì, credo sia quello che ho sempre voluto fare! Da piccola mi piaceva giocare con il microscopio e fingevo di scrivere lunghe relazioni su ciò che stavo osservando, principalmente cenere di sigaretta o qualche vetrino incluso nella confezione del microscopio. A un certo punto ero combattuta sulla possibilità di diventare una veterinaria perché amo gli animali, ma l’emozione che provavo guardando laboratori scientifici in TV era davvero forte. Così, mi sono decisa.

Se non facessi questo lavoro, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

Sono appassionata di scienze politiche: ho sempre sognato di specializzarmi in questo campo per fare volontariato in tutto il mondo.

Quella volta in cui hai desiderato abbandonare tutto e dedicarti ad altro:

Dovremmo dire “volte”, al plurale! Accade molto spesso. Nel settore life science credo sia più il tempo speso per capire il motivo del fallimento di un esperimento piuttosto che per qualsiasi altra cosa. Mi è capitato verso la fine del mio Dottorato di Ricerca, e durante il post doc, ma non ho mai realmente preso in considerazione alternative. Nel corso del tempo ho imparato a concentrarmi su più progetti piuttosto che su uno solo, per avere maggiori possibilità di vedere i miei sforzi ricompensati.

“Publish or perish”. In che modo la pressione della pubblicazione influenza le tue giornate e le tue scelte professionali?

Succede quasi quotidianamente. Non so se sia legato a una fase particolare della carriera, ma non credo. Tutti affrontiamo una concorrenza enorme, pubblicare in giornali ad alto Fattore di Impatto è fondamentale. A volte questo aspetto sembra insopportabile, perché è necessario trovare il giusto equilibrio tra i tuoi interessi e ciò che cattura maggiore interesse. Forse quando si ricopre un ruolo ormai consolidato è possibile gestire meglio questa pressione (o almeno, mi piace pensare che sia così). Inoltre, essere molto autocritica non aiuta ad alleviare la pressione…

Quando hai capito che stavi andando nella giusta direzione?

Così come avviene per le “cadute”, anche per la realizzazione non esiste un tempo specifico. Si tratta piuttosto di un processo incrementale, fatto di piccoli passi, in cui si guarda indietro verso i risultati raggiunti (e si fa un bilancio con i sacrifici compiuti) e successivamente si guarda avanti, al futuro. Sicuramente, se sono riuscita a fare quello che mi piace veramente, e a coordinare un team con idee e progetti ambiziosi, non è solo la direzione giusta. È LA direzione.

Qual è il tuo prossimo obiettivo?

Ho due obiettivi. Innanzitutto, ho recentemente vinto dei fondi di ricerca elargiti dalla Comunità Europea “ERC starting grant”: l’idea è quella di sviluppare cellule T con circuiti sintetici in grado di risolvere alcune disfunzioni, che potrebbero portare a terapie antitumorali e antivirali più efficaci. Voglio davvero che funzioni.

Il mio secondo obiettivo è quello di diffondere la conoscenza della biologia sintetica e la relativa community: l’Italia è ancora lontana dalla maggior parte delle altre nazioni in termini di investimento in questa disciplina, ed è un peccato.

Qual è l’aspetto più difficile del tuo lavoro?

Non demoralizzarsi quando le cose non vanno come vorremmo. Mi sento responsabile per le persone che lavorano nel mio team. Anche saper equilibrare la vita personale con quella professionale non è semplice.

I ricercatori senior devono necessariamente gestire diversi aspetti burocratici. Apparentemente, questo non sembra adattarsi bene con l’attività di ricerca. Cosa ne pensi?

Sì, la burocrazia è devastante, e occupa decisamente troppo del nostro tempo. Cerco di lavorare a stretto contatto con l’amministrazione per facilitare le cose: amministratori e tecnici efficienti sono indispensabili.

Chi dovrebbe investire di più nella ricerca rispetto a quanto avviene oggi?

Tutti coloro che si trovano nell’ambito dell’istruzione, dei finanziamenti pubblici e di quelli privati. 

Ritengo che il potere dell’istruzione sia spesso sottovalutato: di conseguenza, c’è un diffuso scetticismo nei confronti degli scienziati. Questa è la prima lacuna da colmare. Inoltre, se i governi non capiranno l’importanza cruciale degli investimenti nella ricerca non potremo mai progredire rapidamente. Confido che la tragedia che stiamo vivendo oggi con la pandemia da Covid-19 possa essere un monito per l’attenzione futura che il governo dovrebbe dedicare alla ricerca.

La gente parla di scienza fuori dai laboratori e dal mondo accademico? 

Le persone “di scienza” parlano sempre della scienza! Non vale lo stesso per le persone esterne alla ricerca: credo sia vista come qualcosa di troppo lontano rispetto la vita quotidiana. Ecco perché penso che l’istruzione svolga un ruolo cruciale.

Chi ti ha dato i consigli più importanti durante il tuo percorso?

Ho avuto la fortuna di ottenerne molti da persone importanti. Il mio tutor di Dottorato Diego di Bernardo è ancora la persona a cui chiedo spesso consigli. Mio padre invece mi disse una frase che è poi diventata il mio “mantra” all’inizio dei miei studi, quando ero preoccupata per la difficoltà di fare carriera nel campo scientifico: “ce la farai, perché sei troppo testarda”. Aveva ragione, sono davvero testarda.

Cosa diresti alla giovane te che sta concludendo il Dottorato di Ricerca?

“Continua così! La strada da percorrere è lunga ma ce la puoi fare. Sarà stressante, terribile e divertente!”.

Per un ricercatore è essenziale lavorare in paesi diversi?

Ho un parere generale sulle esperienze all’estero, a prescindere dal percorso scientifico. Credo che trascorrere un periodo lontano dalla propria città e dalla propria nazione sia importante per tutti: aiuta ad allargare la mente, e riduce la paura del “diverso”. Inoltre, vedere come persone con mentalità diverse approcciano lo stesso problema ti può insegnare molto. Per me, vivere e lavorare negli Stati Uniti presso il MIT e nel Regno Unito presso l’Imperial College di Londra ha rappresentato una parte essenziale della mia crescita come scienziata e come persona. Per un ricercatore, credo possa davvero fare la differenza: si viene contaminati da scienze diverse, si creano nuove collaborazioni e aumentano gli interessi oltre la propria area di ricerca.

Se potessi migliorare un aspetto della ricerca, quale sceglieresti?

Poter dedicare il giusto tempo alle diverse attività. Molto spesso i lavori di amministrazione occupano così tanto tempo che non ne ho abbastanza per leggere e studiare.