Recensioni
16/01/2019

Rubrica, Book Review: 21 lezioni per il XXI secolo

By: Alessia Spigariol

Yuval Noah Harari, classe 1976, è storico e saggista. I suoi libri sono stati tradotti in quaranta lingue

Attraverso la prospettiva della World History, un metodo di indagine storiografica affermatosi negli anni Ottanta che indaga la storia da una prospettiva globale e multidisciplinare, ha scritto Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità (2014) e Homo Deus (2017), che valica la narrazione storica precedente, dal Big Bang alla contemporaneità, e ci proietta in un futuro possibile alimentato da IA e nuovi paradigmi tecnologici.

21 lezioni per il XXI secolo, uscito nel 2018 sempre per i tipi della Bompiani come i precedenti, è un saggio poderoso di 528 pagine che si legge tuttavia con la voracità e il piacere di un romanzo, grazie a un approccio di matrice anglosassone (Harari ha conseguito il PhD a Oxford) di estrema chiarezza e linearità concettuale e a una scrittura vivace e coinvolgente.

Il libro si concentra sulle più urgenti questioni politiche, sociali, tecnologiche e anche esistenziali della contemporaneità, coniugando ricerca scientifica e studio antropologico.

Impossibile riassumere in poche righe la ricchezza di pensiero e di analisi, gli spunti, gli esempi, le provocazioni e le sollecitazioni che il saggio restituisce. Interessante evidenziare invece un aspetto di originalità sul quale vale la pena soffermarsi a riflettere. In un momento storico di grande incertezza e disorientamento, nel quale sono tramontate tutte le grandi narrazioni – anche quella liberale – che hanno alimentato il pensiero dell’umanità nel corso degli ultimi secoli, la convergenza di tecnologie informatiche e biologiche rischia di minacciare i valori costitutivi di libertà e uguaglianza della modernità.

Il rischio per le masse è di trovarsi a lottare non più contro lo sfruttamento quanto piuttosto contro l’irrilevanza. Irrilevanza innanzitutto economica, perché i lavoratori non qualificati non saranno in grado di competere con l’IA per un posto di lavoro, con la possibilità che l’economia del futuro possa fare a meno delle masse intese anche come consumatori, considerando che già oggi computer e algoritmi cominciano a funzionare come clienti oltre che come produttori. Basti pensare alla Borsa dove gli algoritmi si stanno imponendo come gli acquirenti più rilevanti di azioni e obbligazioni, o all’importanza dell’algoritmo di ricerca di Google per il marketing e la pubblicità.

L’irrilevanza potrebbe generare scelte politiche nefaste: una volta che la gente comune ha perso il proprio valore economico, potrebbe affermarsi un’élite disinteressata a prendersene cura e a investire in welfare, sanità, formazione.

E questo rischio diventa esponenziale se si considera che lo sviluppo di IA e bioprogettazione è in grado di generare un’umanità divisa tra una classe ristretta di «superuomini», i ricchi con accesso a biotecnologie in grado di garantire intelligenza e salute, e una sottoclasse sterminata di «inutili». «Se il fatto di avere più soldi permette ai ricchi di comprarsi corpi e cervelli più evoluti […] entro il 2100 l’1% più ricco potrebbe possedere non solo la maggior parte della ricchezza del mondo, ma anche la maggior parte della bellezza, della creatività e della salute del mondo».

Harari è consapevole dell’impossibilità e dell’insensatezza di arrestare il progresso tecnologico o di abbandonarsi a isterie luddiste, ma paventa l’incapacità umana di adattarsi per tempo ai nuovi paradigmi, con il conseguente rischio di perdita di libertà e autonomia, e l’affermarsi di una diseguaglianza che deve essere contrastata attraverso l’elaborazione di nuovi modelli sociali ed economici in chiave politica globale.